3I/ATLAS e il ritmo nascosto del tempo
- Ustory

- 21 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Quando un oggetto proveniente da fuori il Sistema Solare entra nel nostro spazio cosmico, non è solo un evento astronomico. È un’interruzione. Un corpo estraneo che attraversa un ordine che conosciamo appena e che, proprio per questo, ci costringe a osservare con più attenzione.
3I/ATLAS è stato scoperto il 1° luglio 2025 dal sistema di telescopi ATLAS in Cile. È il terzo oggetto interstellare mai individuato mentre attraversa il nostro Sistema Solare, dopo ‘Oumuamua e 2I/Borisov. Come loro, non è legato gravitazionalmente al Sole e non appartiene alla nostra famiglia planetaria. Arriva da lontano, da uno spazio che non possiamo ricostruire, portando con sé informazioni che non abbiamo mai visto prima.
Fin dalle prime osservazioni, tuttavia, 3I/ATLAS ha mostrato diverse anomalie, l’ultima osservata riguarda la sua luminosità.
Gli astronomi hanno infatti rilevato che la sua luminosità varia in modo regolare, seguendo un ciclo estremamente preciso di circa 16 ore e 16 minuti. In genere, variazioni di questo tipo vengono spiegate con la rotazione di un corpo irregolare: un oggetto che gira su se stesso e riflette la luce in modo diverso a seconda dell’orientamento. Ma in questo caso l’ipotesi non sembra reggere del tutto. Le variazioni non appaiono casuali né compatibili con una semplice rotazione, ma piuttosto con emissioni cicliche, come se l’oggetto producesse un “battito” regolare, una pulsazione.
È partendo da questa anomalia che Andrew Collins ha deciso di guardare oltre il dato grezzo e di analizzare il ciclo non solo in termini astronomici, ma matematici.
Il periodo di 16 ore e 16 minuti può essere scomposto in unità di 144 secondi. Il risultato è sorprendente: il ciclo luminoso di 3I/ATLAS è composto da 404 unità esatte di 144 secondi. Un numero intero, pulito, senza approssimazioni.
A questo punto entra in scena un dettaglio che, preso da solo, potrebbe sembrare irrilevante, ma che nel quadro generale acquista un peso diverso. Il numero 144 non è un’invenzione moderna. Compare in antichi sistemi di misurazione del tempo sviluppati da civiltà lontanissime tra loro. Nell’antica Cina, 144 secondi costituivano un’unità temporale ben definita. In India, lo stesso valore è associato al kāla, con forti implicazioni cosmologiche. Nel mondo maya, il numero 144.000 rappresenta uno dei pilastri del Lungo Computo, il calendario che scandiva cicli temporali di enorme ampiezza.
Culture separate da oceani, lingue e millenni, eppure accomunate dallo stesso schema numerico. Non perché comunicassero tra loro, ma forse perché osservavano lo stesso cielo.
Il passaggio successivo dell’analisi è quello che rende il caso di 3I/ATLAS davvero difficile da ignorare. Un giorno terrestre dura 24 ore, cioè 86.400 secondi. Se suddividiamo questo valore in unità da 144 secondi, otteniamo esattamente 600 unità. Nessun resto, nessuna frazione.
Il ciclo di 3I/ATLAS è di 404 unità. Quello della Terra di 600. Il rapporto tra i due è quindi 404 a 600, riducibile a 101 a 150. In altre parole, il ritmo luminoso di un oggetto proveniente da fuori il Sistema Solare risulta matematicamente sincronizzato con il ciclo di rotazione della Terra.
Non si tratta di una somiglianza vaga o simbolica. È una relazione numerica precisa, basata su multipli interi, come se entrambi i cicli fossero espressione di una stessa struttura temporale sottostante.
C’è poi un ultimo dettaglio, più sottile ma non meno inquietante. Se si sottrae il numero di unità del ciclo di 3I/ATLAS da quelle del giorno terrestre, il risultato è 196. In matematica, 196 è noto per essere un possibile numero di Lychrel, un numero che, secondo le regole standard di iterazione, non raggiunge mai una forma stabile o palindroma. Un numero che resta irrisolto, sospeso, come se sfuggisse a una chiusura definitiva.
Collins non afferma che questo significhi qualcosa di preciso, ma ne sottolinea la stranezza. In un contesto già carico di simmetrie e sincronismi, anche questo dettaglio contribuisce a rafforzare la sensazione che non ci si trovi davanti a una semplice coincidenza.
Naturalmente, tutto questo non dimostra che 3I/ATLAS sia un oggetto artificiale o intelligente. L’autore stesso lo chiarisce. È possibile che il fenomeno sia legato a processi di plasma complessi, ancora poco compresi, o a dinamiche fisiche che emergeranno solo con osservazioni più approfondite.
Eppure resta una domanda di fondo, difficile da ignorare. Perché un oggetto interstellare mostra un ritmo così ordinato?
Perché questo ritmo si lega a unità temporali che l’umanità utilizza da migliaia di anni? E soprattutto, perché la Terra sembra “risuonare” matematicamente con qualcosa che proviene da fuori?
Forse l’universo segue schemi che stiamo solo iniziando a riconoscere. Forse alcune civiltà antiche avevano intuito che il tempo non è soltanto una convenzione umana, ma una struttura profonda, inscritta nel cosmo stesso.
3I/ATLAS, in questo senso, non è una risposta. È un segnale. Un invito a osservare il cielo non solo con strumenti sempre più potenti, ma anche con domande più radicali.




Commenti