top of page

Ettore Majorana: la scomparsa, i documenti segreti e l’ipotesi di una fisica proibita

  • Immagine del redattore: Ustory
    Ustory
  • 17 dic 2025
  • Tempo di lettura: 26 min

Ettore Majorana e il punto di rottura della fisica

«La fisica è su una strada sbagliata, siamo tutti su una strada sbagliata.»

Ettore majorana
Ettore Majorana

Questa frase non è una provocazione moderna né una citazione estrapolata dal dibattito contemporaneo sulla crisi dei paradigmi scientifici. È una frase autentica, annotata da Ettore Majorana nei suoi appunti personali, pochi mesi prima della sua scomparsa nel 1938.

Una frase che, letta oggi, suona come una crepa profonda nel cuore stesso della fisica del Novecento.

Non si tratta di un outsider, di un dilettante o di un pensatore marginale. A pronunciare queste parole è uno dei più grandi fisici teorici del XX secolo, un uomo che Enrico Fermi definì senza esitazione «un genio al livello di Galileo e Newton».


Quando Majorana scrive che la fisica sta andando nella direzione sbagliata, lo fa dall’interno del sistema, non dall’esterno.

Ed è da qui che deve partire qualsiasi indagine seria sulla sua scomparsa.


Un genio nato a Catania

Ettore Majorana nasce a Catania il 5 agosto 1906, in una famiglia di antica nobiltà siciliana. I Majorana non sono una famiglia qualunque: tra gli antenati spiccano giuristi, politici, accademici. Ignazio Majorana Calatabiano, ad esempio, fu una figura di rilievo nel Regno di Sicilia.

L’ambiente familiare è colto, rigoroso, permeato da un’idea quasi aristocratica del sapere.


Fin dall’infanzia Ettore mostra una capacità fuori dal comune. Non è soltanto brillante: è diverso. Il suo approccio alla matematica e alla fisica è intuitivo, quasi istintivo. Riesce a “vedere” le soluzioni prima ancora di formalizzarle.Nel 1923 si iscrive all’Università di Roma. Qui avviene l’incontro decisivo con Enrico Fermi.

Fermi capisce immediatamente di avere davanti qualcosa di rarissimo.


I ragazzi di Via Panisperna

Majorana entra nel gruppo che passerà alla storia come I ragazzi di Via Panisperna, un’élite scientifica destinata a cambiare per sempre la fisica moderna. In quel laboratorio romano si gettano le basi della fisica nucleare, della teoria dei neutroni lenti, della comprensione della struttura della materia.

Ragazzi di via Panisperna
Ragazzi di via Panisperna

Eppure, anche in quel contesto di menti straordinarie, Majorana emerge come un caso a parte.I colleghi raccontano che spesso risolve problemi che altri considerano irrisolvibili, salvo poi non pubblicare nulla, o distruggere i propri appunti. Molte delle sue intuizioni verranno “riscoperte” anni dopo da altri fisici, che riceveranno premi, riconoscimenti, talvolta il Nobel.

Uno degli esempi più noti è quello dei fermioni di Majorana, particelle teorizzate da lui negli anni Trenta e ancora oggi al centro della fisica teorica e sperimentale.

Ma proprio mentre la sua carriera potrebbe decollare definitivamente, qualcosa si spezza.

Il contesto storico: scienza e potere

Gli anni Venti e Trenta non sono un periodo neutro.

In Italia il fascismo consolida il proprio potere.

In Germania Hitler costruisce l’apparato ideologico e militare del Terzo Reich.

La scienza non è più solo conoscenza: diventa strumento strategico.


Majorana trascorre un periodo di studio in Germania. Qui osserva da vicino la macchina statale nazista, l’organizzazione scientifica, ma anche l’esclusione sistematica degli ebrei e dei dissidenti dalla vita pubblica.Non è un dettaglio secondario. Molti scienziati dell’epoca intuiscono che la fisica sta per diventare arma.

Quando rientra in Italia e, poco dopo, perde il padre, Majorana entra in una fase di isolamento radicale.


Il ritiro e la frase proibita

Majorana si chiude nel suo studio. Riduce al minimo i contatti umani. Rifiuta inviti, lettere, collaborazioni. Trascurato nell’aspetto, con la barba lunga, respinge la corrispondenza segnando le buste con una scritta ironica e inquietante: “Destinatario deceduto”.

È in questo periodo che annota quella frase destinata a diventare il cuore oscuro di tutta la vicenda: La fisica è su una strada sbagliata.


Non è un giudizio superficiale. Majorana sta lavorando su qualcosa che lo porta a mettere in discussione le fondamenta stesse della fisica conosciuta.Non sappiamo esattamente cosa abbia scoperto. Sappiamo però che, poco dopo, rifiuterà offerte prestigiosissime da Cambridge e Yale.

Nel 1938 accetta invece una cattedra all’Università di Napoli. Non terrà mai una lezione.


La scomparsa: lettere, contraddizioni e un viaggio senza ritorno

Nel marzo del 1938 Ettore Majorana compie una scelta che ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, continua a interrogare storici, scienziati e investigatori.Non è un gesto improvviso, né privo di segnali premonitori. È piuttosto l’atto finale di una frattura maturata nel tempo.


La cattedra mai iniziata

Nel gennaio del 1938 Majorana accetta la cattedra di Fisica Teorica all’Università di Napoli.È una decisione che sorprende molti: dopo anni di isolamento, rifiuti e silenzi, sembra il ritorno alla vita accademica. Ma questo ritorno resta solo formale.


Majorana arriva a Napoli, prende alloggio, ma non terrà mai una lezione.I colleghi lo vedono poco, gli studenti quasi per nulla. È presente fisicamente, ma distante, come se fosse già altrove. Poi, il 25 marzo 1938, tutto si interrompe.

Quel giorno Majorana si imbarca sul traghetto notturno che collega Napoli a Palermo.

Un viaggio ordinario, apparentemente. Ma prima di partire, invia alcune lettere. Ed è qui che la vicenda si fa immediatamente ambigua.


La lettera alla famiglia

Alla famiglia Majorana scrive poche righe, dense e drammatiche:

«Ho solo un desiderio, che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma non più di tre giorni, qualche segno di lutto.Dopo, ricordatemi se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.»


È una lettera che, letta isolatamente, sembra presagire un suicidio. Il tono è di commiato, quasi di colpa.E proprio su questo testo si baserà, in seguito, l’ipotesi ufficiale della morte volontaria. Ma non è l’unica lettera.


Majorana scrive anche al professor Antonio Carelli, collega e amico. La prima lettera parla di una “decisione inevitabile”, ma precisa subito un elemento fondamentale:

«Non vi è in essa nemmeno un granello di egoismo.»


Questa frase è già problematica. Il suicidio è, per definizione, un atto che coinvolge profondamente il dolore degli altri. Perché Majorana sente il bisogno di specificare l’assenza di egoismo?

Ma è la seconda lettera a cambiare completamente il quadro.

«Caro Carelli, spero che ti siano arrivate le lettere. Il mare mi ha rifiutato e domani ritornerò in albergo, viaggiando forse con lo stesso foglio.Ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento.Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente.Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.»


Qui l’ipotesi del suicidio entra in crisi. Majorana afferma esplicitamente che il mare lo ha rifiutato.Parla di un ritorno in albergo. Si rende disponibile per spiegazioni future. Non è il linguaggio di chi ha deciso di morire.

C’è poi un elemento concreto, spesso sottovalutato, ma difficilmente ignorabile:prima di partire, Majorana ritira cinque stipendi arretrati. Una somma tutt’altro che trascurabile per l’epoca.

Se l’intenzione fosse stata quella di togliersi la vita, perché farlo? Perché recuperare del denaro che non avrebbe mai utilizzato?

Questo gesto, da solo, non prova una fuga. Ma rende il suicidio un’ipotesi incompleta, fragile, non conclusiva.


Le ricerche e l’intervento del regime

Quando Majorana scompare, l’apparato statale reagisce immediatamente.Benito Mussolini in persona ordina che lo scienziato venga cercato ovunque.

Viene offerta una ricompensa. Le forze dell’ordine scandagliano porti, stazioni, alberghi.L’obiettivo è chiaro: Majorana deve essere trovato, vivo o morto. Ma il risultato è sempre lo stesso.

Nessun corpo, nessuna traccia, e nessuna testimonianza certa. Majorana sembra essersi dissolto nel nulla.

Col passare del tempo, restano in piedi due sole possibilità:


  1. Il suicidio, probabilmente in mare

  2. La fuga volontaria


La famiglia Majorana, col passare degli anni, si orienterà verso la prima ipotesi.Una scelta comprensibile, forse anche consolatoria: il suicidio chiude, la fuga apre interrogativi insostenibili.

Ma per molti ricercatori, giornalisti e studiosi, la seconda ipotesi resta viva.

Ed è proprio da qui che la storia cambia natura.

Perché se Majorana non si è suicidato, allora dove è andato? E soprattutto: perché?

 

Dopo i primi giorni di ricerche, dopo le circolari, le perlustrazioni nei porti, le verifiche negli alberghi e l’eco enorme che la vicenda assume anche a livello politico, la scomparsa di Ettore Majorana rimane esattamente ciò che sembra: un vuoto. Un’assenza senza un corpo, senza una scena finale, senza un dettaglio che consenta di chiudere davvero il caso.

Ed è proprio questa mancanza di chiusura che trasforma l’ipotesi del suicidio in qualcosa di comodo ma non definitivo.


Perché un suicidio in mare può spiegare l’assenza del corpo, certo, ma non spiega le contraddizioni nelle lettere, non spiega il ritiro degli stipendi, e soprattutto non spiega quel senso di “doppio registro” che Majorana usa con Carelli: prima un commiato che sembra irrevocabile, poi un messaggio in cui dice che il mare lo ha rifiutato, che tornerà in albergo, che è a disposizione per ulteriori dettagli. È come se volesse costruire due tracce, due binari narrativi, lasciando che a seconda di chi legge e di quando lo legge, una delle due versioni prevalga sull’altra.


Da quel punto in poi, la storia si divide davvero in due: da una parte la versione ufficiale, dall’altra un arcipelago di piste alternative. E qui bisogna essere onesti: molte ipotesi nascono solo perché un caso così grande, così simbolico, sembra “meritare” un epilogo eccezionale. Ma ce n’è almeno una che, nel tempo, esce dal campo della semplice suggestione e si sporca le mani con documenti, testimonianze, perizie, atti giudiziari. È la pista della fuga.


Se Majorana è fuggito, la domanda diventa immediata: dove può scomparire, nel 1938, un fisico di quel livello, in un’Italia fascista, sotto i riflettori del regime e con l’interesse implicito di apparati che in quel momento storico già comprendono cosa significhi possedere una mente simile? La risposta più semplice sarebbe: all’estero. E infatti, decenni dopo, l’ipotesi estera prende una forma concreta, quasi inquietante per quanto appare “tangibile”.

Nel 2009, più di sessant’anni dopo quella notte sul traghetto Napoli–Palermo, alcuni reporter italiani avviano una nuova inchiesta. È un dettaglio importante: non siamo più nell’immediatezza emotiva del 1938, siamo nell’epoca delle analisi digitali, delle comparazioni biometriche, delle perizie forensi su foto e filmati. Durante quell’indagine viene intervistato Francesco Fasani, un meccanico emigrato in Venezuela.

Fasani sostiene di aver incontrato negli anni Cinquanta un uomo riservatissimo, conosciuto come “signor Bini”, che evitava accuratamente di farsi fotografare.


Ma esiste una fotografia del 1955, e proprio quella foto diventa uno dei fulcri moderni del caso.


Qui bisogna fare attenzione a non raccontare la cosa come se fosse una prova definitiva. Non lo è. Ma non è nemmeno aria. Perché su quella fotografia vengono svolte analisi dai Carabinieri del RIS di Roma, e la conclusione – riportata nelle ricostruzioni – è che l’uomo ritratto presenta diverse somiglianze riconducibili a Majorana. Non significa “è Majorana”, significa “la compatibilità non è trascurabile”, e in un’indagine storica questo conta, perché sposta l’asse dalla leggenda al fascicolo.


Non è tutto. Fasani consegna anche un elemento che sembra uscito da un romanzo, ma che proprio per questo, se vero, è più destabilizzante: una cartolina inviata nel 1920 da Quirino Majorana, zio di Ettore, a un americano di nome Conklin. Quella cartolina viene ritrovata, anni dopo, all’interno dell’auto del misterioso “Bini” in Venezuela. Anche qui: non è una prova identitaria, ma è un oggetto-simbolo che introduce un’altra possibilità. Perché un uomo che non ha nulla a che fare con la famiglia Majorana dovrebbe portarsi dietro una cartolina privata, specifica, risalente a decenni prima?


Arriviamo così a un passaggio che, per chi vuole restare sul terreno dei fatti, è centrale: nel 2015 la Procura della Repubblica di Roma archivia il caso stabilendo che Ettore Majorana si sarebbe “trasferito volontariamente all’estero”, rimanendo in Venezuela almeno tra il 1955 e il 1959. È un punto di svolta, perché per la prima volta un’istituzione giudiziaria italiana mette nero su bianco una ricostruzione compatibile con la fuga.


Eppure, proprio questa conclusione non chiude il caso. Lo riapre.


Perché la famiglia Majorana non si riconosce in quella ricostruzione e continua a ritenere più plausibile l’ipotesi del suicidio. E perché, allo stesso tempo, molti ricercatori non si accontentano della pista venezuelana: non tanto perché “non gli basta”, ma perché la considerano incompleta, come se raccontasse un capitolo intermedio senza spiegare l’origine del movimento. Anche ammettendo che Majorana sia stato in Venezuela negli anni Cinquanta, resta la domanda più difficile: cosa è successo davvero nel 1938, e cosa lo ha spinto a scomparire?


Qui entrano in campo le motivazioni. E anche qui, senza costruire certezze artificiali, c’è una linea di ragionamento che non è folle: Majorana, più di altri, poteva intuire quale sarebbe stata la traiettoria della fisica nei decenni successivi. L’Europa scivolava verso la guerra, il mondo verso la militarizzazione della scienza. La fisica nucleare, in particolare, non era un capitolo accademico: era la possibilità concreta di una nuova forma di potere.


Basta guardare a ciò che accade a pochi mesi di distanza: Enrico Fermi lascia l’Italia, si trasferisce negli Stati Uniti e partecipa al Progetto Manhattan. Il risultato sarà la costruzione della bomba atomica e il passaggio definitivo della scienza a “strumento di Stato”. Pensare che Majorana possa aver rifiutato quel destino non è fantasia, è una possibilità umana coerente con il suo carattere e con i segnali che lascia dietro di sé.


Ed è proprio in questa zona, tra motivazione plausibile e vuoto documentale, che nasce l’altra grande ipotesi storica: non l’estero, ma il ritiro protetto. Secondo questa linea, Majorana non si sarebbe tolto la vita e non sarebbe nemmeno “fuggito” nel senso classico del termine; avrebbe trovato rifugio in un luogo capace di assicurargli anonimato, protezione, silenzio: un monastero.


Nel tempo viene fatto un nome preciso: la Certosa di Serra San Bruno, in Calabria. È una teoria che non nasce dal nulla: è la risposta più “logica” se immagini un uomo che vuole sparire senza diventare un disertore politico, senza offrire la propria mente a un altro governo, senza essere ricattabile. Un monastero, in quell’Italia, era uno dei pochi luoghi davvero in grado di sottrarti agli occhi del mondo, e la Chiesa – se decide di proteggerti – può farlo con una discrezione che nessun apparato statale possiede.


Ma a questo punto la storia compie un salto ulteriore. Perché se la pista monastica può restare una possibilità tra le altre, esiste una figura che trasforma quel possibile in un racconto dettagliato, pieno di nomi, lettere, perizie, contatti, pressioni, interessi internazionali. Un uomo che afferma non solo che Majorana sia sopravvissuto, ma che abbia continuato a lavorare. E che abbia trasmesso, in segreto, qualcosa.

Quell’uomo è Rolando Pelizza.


Da qui in poi l’inchiesta cambia temperatura. Perché con Pelizza entriamo in un territorio dove la vicenda Majorana smette di essere solo “una scomparsa” e diventa una storia di eredità clandestine, di documenti attribuiti, di una macchina impossibile, di governi interessati, di test e relazioni, e soprattutto di un punto che, se anche fosse solo parzialmente vero, sarebbe sufficiente a spiegare perché Majorana avrebbe scelto il silenzio assoluto: la convinzione di aver trovato una fisica “altra”, una matematica “altra”, e la paura che quella scoperta finisse nelle mani sbagliate.


Quando nella storia entra Rolando Pelizza, il caso Majorana smette definitivamente di essere soltanto una scomparsa misteriosa e diventa qualcosa di molto più complesso e difficile da maneggiare. Perché Pelizza non è un biografo, non è un ricercatore accademico, non è un giornalista. È un uomo comune che sostiene di essere stato coinvolto, suo malgrado, in una vicenda che lo ha attraversato per tutta la vita e che, secondo il suo racconto, lo ha messo in contatto diretto con Ettore Majorana dopo il 1938.


È importante chiarirlo subito: tutto ciò che segue non può essere accettato come dato scientifico, ma non può nemmeno essere liquidato come semplice fantasia senza affrontare i documenti, le perizie e gli interessamenti istituzionali che, nel tempo, hanno circondato questa storia. Ed è proprio questa zona grigia a renderla così difficile da archiviare.

Secondo la testimonianza di Pelizza, l’incontro con Majorana avviene in modo del tutto casuale, negli anni Cinquanta. Pelizza si reca in un convento per motivi di lavoro: vende calzature. Non cerca scienziati, non cerca misteri.

È un episodio ordinario, almeno in apparenza. In quel luogo, tuttavia, entra in contatto con un frate dall’aspetto schivo, colto, con una straordinaria capacità di calcolo mentale. Un uomo che sembra sapere cose che nessun religioso dovrebbe sapere, e che mostra un interesse immediato per le capacità matematiche di Pelizza.


Nel racconto di Pelizza, quel frate è Ettore Majorana. E non glielo dice subito. La rivelazione avverrebbe solo dopo un periodo di frequentazione, quando tra i due si sarebbe instaurato un rapporto di fiducia. Majorana, sempre secondo questa versione, avrebbe chiesto a Pelizza una promessa precisa: non rivelare mai la sua identità. Una richiesta che, col senno di poi, suona quasi come una condanna, perché implica anni di silenzio, ambiguità, isolamento.

Qui entra in gioco il lavoro del giornalista Rino Di Stefano, che decide di non fermarsi alla versione di Pelizza, ma di verificarne la coerenza. Secondo Di Stefano, il convento indicato da Pelizza non sarebbe quello di Serra San Bruno in Calabria, ma la Certosa di Calci, vicino Pisa. Una discrepanza che potrebbe sembrare minore, ma che in realtà è fondamentale: perché dimostra che il racconto non è statico, non è una narrazione “blindata”, ma qualcosa che può essere confrontato con luoghi reali, archivi, presenze documentate.


Ma il punto di svolta non è il luogo. È ciò che Majorana avrebbe raccontato a Pelizza.

Secondo questa ricostruzione, Majorana non si sarebbe ritirato solo per motivi etici o politici. Non si sarebbe limitato a rifiutare la bomba atomica o l’uso bellico della scienza. Avrebbe fatto qualcosa di molto più radicale: avrebbe messo in discussione la fisica stessa, arrivando a formulare una nuova matematica e una nuova concezione della materia. Una conoscenza che, se resa pubblica, avrebbe avuto conseguenze incalcolabili.


Qui bisogna fermarsi un attimo. Perché è esattamente in questo punto che il racconto rischia di deragliare nel mito. Ed è anche il punto in cui è necessario adottare un metodo rigoroso: non chiedersi “è vero o falso?”, ma “che tipo di riscontri esistono?”.


Uno di questi riscontri, tra i più citati, è una lettera che il presunto Majorana avrebbe inviato a Pelizza negli anni Sessanta. Una lettera che non è rimasta confinata a un racconto orale, ma che è stata sottoposta a perizia grafologica. La grafologa Chantal Sala, specializzata in ambito periziale giudiziario, dopo una comparazione con scritti autentici di Majorana, conclude che la lettera presenta caratteristiche molto simili, se non coincidenti, con la grafia dello scienziato.


Attenzione: una perizia grafologica non è una prova assoluta, ma nemmeno un dettaglio folkloristico. È un elemento tecnico che, almeno, impone cautela prima di liquidare il tutto come invenzione.

In quella lettera, Majorana descriverebbe a Pelizza un progetto preciso: una macchina capace di operare sulla materia in modi che la fisica conosciuta non contempla. Le funzioni sarebbero quattro. Annichilimento controllato della materia. Riscaldamento della materia. Trasmutazione della materia. Traslazione della materia.


Letta così, la lista sembra uscita da un racconto di fantascienza. Ma la particolarità sta in un altro dettaglio: Majorana, sempre secondo la lettera, non insiste sulla struttura meccanica della macchina, bensì sull’equazione che ne renderebbe possibile il funzionamento. La macchina, in altre parole, sarebbe solo un mezzo. Il cuore sarebbe matematico.

E qui torna, in modo inquietante, quella frase annotata anni prima: “La fisica è su una strada sbagliata”.

Se Majorana avesse davvero elaborato una matematica alternativa, non compatibile con il paradigma dominante, allora la sua scelta di scomparire assumerebbe una logica diversa. Non più fuga, non più rifiuto, ma sottrazione. Togliere una conoscenza dal mondo, invece di consegnarla a poteri che ne avrebbero fatto un uso distruttivo.

Ma finché restiamo alle lettere e ai racconti, tutto questo potrebbe restare confinato nella sfera del possibile non dimostrato. Il problema nasce quando, a partire dagli anni Settanta, compaiono documenti che mostrano un interesse concreto, istituzionale, verso ciò che Pelizza afferma di aver costruito.


Nel 1976, durante il governo Andreotti, Loris Fortuna – allora presidente della Commissione Industria del Senato – viene incaricato di verificare le potenzialità della macchina di Pelizza. Fortuna coinvolge Ezio Clementel, presidente del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, uno scienziato di primo piano, non un visionario. Clementel stabilisce un protocollo di prove. Non un test improvvisato, ma una procedura tecnica.

Secondo quanto risulta dalle relazioni, la macchina supera quei test. Clementel redige una relazione scritta in cui afferma che le potenze in gioco vanno oltre i limiti dell’attuale tecnologia. Anche qui: non significa che la macchina “funzionasse come descritto”, ma significa che qualcosa di anomalo, di non facilmente spiegabile, venne osservato.

E soprattutto, significa che uomini di governo, scienziati istituzionali, commissioni ufficiali dedicarono tempo e attenzione a questa vicenda. Questo è un punto chiave. Perché se tutto fosse stato solo un delirio personale di Pelizza, perché coinvolgere commissioni, protocolli, relazioni scritte? Perché lasciare tracce?


Da qui in poi la storia accelera, e assume contorni sempre più geopolitici. Governi stranieri, servizi segreti, interessi militari. Il cosiddetto “raggio della morte”, l’interesse americano, le richieste di dimostrazioni distruttive, i documenti che emergeranno anni dopo grazie a Wikileaks.

È in questa fase che la vicenda Pelizza smette definitivamente di poter essere raccontata come una semplice fantasia individuale. Perché anche se il contenuto ultimo resta indimostrabile, il contesto in cui si muove è reale, documentato, tracciabile.


Quando i governi iniziano a muoversi

A questo punto della storia accade qualcosa che rende sempre più difficile relegare la vicenda Pelizza–Majorana nel territorio della semplice suggestione. Non perché improvvisamente compaiano prove scientifiche definitive, ma perché entrano in scena soggetti che, per ruolo e responsabilità, non possono permettersi di inseguire fantasie senza fondamento.

Siamo nella metà degli anni Settanta. L’Italia vive una fase delicatissima della sua storia: crisi energetica, tensioni sociali, terrorismo, equilibri internazionali fragili. L’energia non è un tema astratto, è una questione strategica. Ed è proprio in questo contesto che il nome di Rolando Pelizza arriva sui tavoli istituzionali.


Nel 1976, Giulio Andreotti è a capo del governo. Loris Fortuna, presidente della Commissione Industria del Senato, riceve l’incarico di verificare le potenzialità di una macchina che, secondo quanto riferito, sarebbe in grado di compiere operazioni sulla materia completamente fuori scala rispetto alle tecnologie conosciute. Fortuna non agisce da solo: coinvolge Ezio Clementel, presidente del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, uno scienziato stimato, con una carriera istituzionale e scientifica che rende difficile immaginarlo coinvolto in operazioni superficiali.

Clementel stabilisce un protocollo di prove. Non un esperimento improvvisato, non una dimostrazione “da fiera”, ma una serie di test strutturati. Secondo quanto emerge dalle relazioni successive, la macchina di Pelizza supera queste prove. Il punto cruciale non è tanto il “come”, che rimane opaco, ma il “quanto”: le energie e le potenze osservate vengono descritte come superiori a quelle ottenibili con le tecnologie disponibili all’epoca.

In una relazione scritta di suo pugno, Clementel afferma che le potenzialità della macchina si pongono al di là dei limiti dell’attuale tecnologia. È una frase che pesa. Non certifica una rivoluzione scientifica, ma certifica che qualcosa di anomalo è stato osservato da un tecnico di altissimo livello, in un contesto ufficiale.


Pelizza descrive il funzionamento della prima fase della macchina come l’emissione di un fascio di elettroni capace di annichilire la materia. Nella seconda fase, a questo processo si aggiungerebbe una quantità enorme di energia. Ed è qui che la questione cambia radicalmente natura. Perché la produzione di energia non è un dettaglio tecnico, è una leva geopolitica.


La storia del Novecento, e ancor più quella del XXI secolo, è attraversata da conflitti legati all’energia. Petrolio, gas, uranio: il controllo delle fonti energetiche determina la forza di una nazione, la sua autonomia, la sua capacità di influenzare gli equilibri globali. L’idea che possa esistere una tecnologia capace di generare energia in modo pulito, continuo e potenzialmente illimitato non è solo affascinante: è destabilizzante.

Ed è probabilmente per questo che l’interesse non rimane confinato all’Italia.


Il “raggio della morte” e l’interesse internazionale

Dopo i primi contatti istituzionali italiani, la vicenda assume una dimensione internazionale. Pelizza racconta di pressioni crescenti, di contatti sempre meno ambigui con rappresentanti di governi stranieri, in particolare degli Stati Uniti. È in questo momento che la macchina inizia a essere indicata, non a caso, come “raggio della morte”.

Un nome che non nasce dalla fantasia di Pelizza, ma dall’interpretazione militare delle sue potenzialità.


Secondo quanto riportato nei suoi memoriali, ai rappresentanti del governo americano non interessa tanto la produzione di energia, quanto la capacità distruttiva del dispositivo. Gli viene chiesto di fornire una dimostrazione eclatante: l’abbattimento di un satellite, la distruzione di un carro armato, un test su un bersaglio in movimento. Richieste che, se vere, chiariscono senza ambiguità l’obiettivo finale: trasformare quella tecnologia in un’arma.

Pelizza afferma di essersi opposto con fermezza. Non per ragioni ideologiche astratte, ma per una convinzione precisa: quella macchina non doveva diventare uno strumento di morte. Racconta di offerte economiche enormi, di proposte che avrebbero garantito ricchezza e potere. Un miliardo di dollari, più il controllo parziale di una società incaricata di gestire lo sfruttamento della nuova energia. E racconta anche di un’alternativa apparentemente più “pacifica”: un accordo con il governo belga, che avrebbe comunque fruttato l’equivalente di decine di miliardi di lire.


Ma anche in quel caso, la richiesta finale sarebbe stata la stessa: una dimostrazione distruttiva. E lì, secondo Pelizza, avviene il gesto più radicale della sua vita: davanti ai rappresentanti istituzionali, distrugge la macchina e pretende l’annullamento immediato di ogni accordo.

È una scena che sembra uscita da un film. Ed è proprio per questo che, se fosse solo un racconto, sarebbe facile liquidarla. Ma a complicare tutto arrivano, anni dopo, documenti che non provengono da Pelizza. Arrivano dagli archivi.


I documenti che non dovevano emergere

Per molti anni, uno degli argomenti principali utilizzati per ridimensionare il racconto di Rolando Pelizza è stato sempre lo stesso: tutto si baserebbe esclusivamente sulla sua parola. Un uomo solo, una storia enorme, nessuna prova esterna davvero indipendente.Questo argomento, però, inizia a perdere forza quando, a partire dagli anni Duemila, vengono resi pubblici documenti che non hanno nulla a che fare con Pelizza, con Majorana o con l’ambiente italiano. Documenti interni al governo degli Stati Uniti, secretati per decenni e poi diffusi attraverso Wikileaks.


Non stiamo parlando di interpretazioni o di testimonianze indirette, ma di telegrammi ufficiali inviati al Dipartimento di Stato americano. Testi scritti con il linguaggio impersonale e tecnico tipico della burocrazia statale, privi di enfasi, e proprio per questo difficili da liquidare come invenzioni.

Uno di questi documenti inizia con una frase che colpisce immediatamente per la sua chiarezza:

“Lo scopo di questo telegramma è informarvi di uno sviluppo energetico potenzialmente importante.”


Il telegramma prosegue raccontando che, nel luglio del 1976, un soggetto indicato come SCICOUNS viene avvicinato da un certo dottor Lorenzo Gorini, il quale afferma di conoscere un gruppo di scienziati, sconosciuti a livello nazionale, che avrebbero inventato un metodo pratico per generare energia in quantità superiore a quella nucleare. Gorini propone un incontro con una persona che avrebbe un contatto diretto con questo gruppo.

Il linguaggio è prudente, cauto, ma il contenuto è tutt’altro che marginale. Viene descritta la visione di una videocassetta che mostrerebbe una dimostrazione della macchina. Le dimensioni sono specificate, così come un elemento centrale: una sorta di cannone o lente sporgente. Il bersaglio è un cilindro di ferro solido, posizionato a circa quindici metri di distanza.


La descrizione dell’esperimento è asciutta:

“Ci fu un suono ronzante, un piccolo sbuffo di fumo bianco, e istantaneamente il campione di ferro si sciolse.”

Non esplose. Non si frantumò. Si sciolse.


Il documento aggiunge che la distruzione di altri materiali fu dimostrata con la stessa “drammaticità”. Non c’è entusiasmo, non c’è sensazionalismo. Solo la registrazione di un fatto osservato, o quantomeno riferito come tale.


Questo primo documento è già sufficiente a introdurre un elemento decisivo: l’interesse americano per una tecnologia che non nasce nei circuiti ufficiali della ricerca, ma che viene comunque ritenuta degna di attenzione. Ma ce n’è un secondo passaggio, ancora più esplicito, che chiarisce quale fosse la vera posta in gioco.

In un altro estratto si legge che è stata suggerita la possibilità di offrire agli Stati Uniti una dimostrazione dal vivo, che includa la distruzione di un satellite, di un carro armato o di un animale in movimento. Il testo conclude affermando che, qualora le prestazioni dell’invenzione risultassero sostanziali, vi sarebbero “significative implicazioni di politica estera e militare”.


Questa frase è cruciale. Perché sposta definitivamente il racconto dal piano del curioso al piano dello strategico. Non si parla di una tecnologia sperimentale qualsiasi, ma di qualcosa che, se reale, altererebbe gli equilibri di potere.


Ed è qui che il racconto di Pelizza torna a combaciare, almeno in parte, con i documenti. Pelizza ha sempre sostenuto che l’interesse principale dei governi non fosse l’energia pulita, ma il potenziale distruttivo della macchina. Che le richieste insistessero sulla capacità di colpire a distanza, su bersagli mobili, su dimostrazioni inequivocabili di forza.

Secondo la sua versione, di fronte a queste richieste, rifiuta ogni collaborazione. Non solo: afferma di aver distrutto personalmente la macchina, per impedirne l’uso bellico. Un gesto che, se letto in modo isolato, potrebbe sembrare teatrale. Ma che, alla luce di questi documenti, assume un significato diverso: quello di un uomo che comprende di aver superato una soglia e che tenta, forse disperatamente, di tornare indietro.


Energia, paura e isolamento

Dopo il rifiuto delle collaborazioni militari, la vita di Pelizza cambia radicalmente. Lui stesso racconta una sequenza di eventi sempre più inquietanti: accuse, arresti, procedimenti giudiziari, fino a una gravissima imputazione di aver costruito un’arma segreta e aver tentato di venderla. Scatta persino un mandato di cattura internazionale. Pelizza è costretto a lasciare l’Italia, a fuggire, a vivere in una condizione di precarietà continua.

È difficile stabilire quanto di tutto questo sia direttamente collegato alla macchina e quanto invece sia il risultato di una spirale di sospetti, fraintendimenti e pressioni. Ma un dato è certo: se Pelizza avesse cercato fama o vantaggi personali, il risultato è stato esattamente l’opposto. La sua vita ne esce distrutta, segnata da isolamento, processi, marginalità.

Negli anni Ottanta, nonostante tutto, Pelizza afferma di aver proseguito il lavoro sulla seconda fase della macchina: il riscaldamento della materia e la produzione di energia. Racconta di una nuova dimostrazione, avvenuta nel 1981, alla presenza di Antonio Mancini, alto diplomatico italiano. In quella occasione, secondo il suo racconto, la macchina sarebbe stata in grado di trasformare energia in calore in modo continuo, potenzialmente sostituendo le fonti energetiche tradizionali.


Pelizza descrive un dispositivo capace, con una potenza di ingresso minima, di riscaldare materiali fino a temperature elevatissime senza produrre scorie o inquinamento. Un fascio direzionabile, preciso, utilizzabile anche a grandi distanze. I presenti, racconta, parlano di “inizio di una nuova era”. Ma anche in questo caso, l’entusiasmo dura poco.

Quando viene richiesta una nuova dimostrazione, non a scopo energetico ma distruttivo, la macchina si distrugge durante il test. Pelizza interpreta questo fallimento come qualcosa di più di un incidente tecnico: come se lui stesso, una volta compresa la possibilità di un uso pacifico, non fosse più in grado di concepire l’invenzione come arma.

Da qui in poi, il racconto entra in una fase sempre più frammentata, segnata dalla fuga, dall’esilio, dalla prosecuzione degli studi in condizioni estreme. Ed è in questo contesto che Pelizza afferma di aver raggiunto la terza fase: la trasmutazione della materia.

Trasmutazione, immagini e il ritorno di un volto impossibile


Se fino a questo punto la vicenda Pelizza–Majorana può ancora essere letta come una storia sospesa tra ambizione scientifica, pressioni politiche e paranoia da Guerra Fredda, è con il tema della trasmutazione della materia che il racconto entra definitivamente in una zona di forte attrito con il senso comune. Ed è proprio per questo che, qui più che altrove, è necessario procedere con cautela, separando ciò che viene mostrato, ciò che viene periziato e ciò che rimane affermazione non dimostrabile.


Secondo quanto riferisce Pelizza, nel 1992, mentre si trova all’estero dopo la fuga dall’Italia, riesce a raggiungere la terza fase di sviluppo della macchina: la capacità di trasformare un elemento chimico in un altro. Non una semplice reazione chimica, ma una vera e propria trasmutazione, qualcosa che richiama immediatamente l’alchimia e che, proprio per questo, suscita diffidenza automatica. Eppure, anche in questo caso, il racconto non resta confinato alle parole.


Il giornalista Rino Di Stefano rende pubblico un filmato che mostrerebbe una dimostrazione di questa capacità. Nel video si vedono alcuni cubi di gommapiuma che, colpiti dal fascio della macchina, si trasformerebbero in oro. È un’immagine che, presa così, rischia di scivolare immediatamente nel ridicolo o nel sensazionalismo. Ma anche qui entra in gioco un elemento tecnico che complica le cose: il filmato viene sottoposto a una perizia giurata da parte di uno studio di informatica forense, diretto dall’ingegnere Michele Vitiello.

La perizia certifica che il video è stato girato con una cinepresa a nastro magnetico e che non presenta segni di manipolazione o alterazione. Ancora una volta, questo non dimostra che ciò che si vede sia ciò che sembra, ma dimostra che il filmato non è un falso digitale costruito a posteriori. È un documento autentico, nel senso tecnico del termine, e questo basta a impedirne una liquidazione sommaria.


A questo punto la storia potrebbe già fermarsi qui, sospesa tra anomalia e indecidibilità. Ma accade qualcosa che sposta nuovamente l’asse del racconto, riportandolo con forza sulla figura di Ettore Majorana.


Nel 1996 emerge una fotografia. Un’immagine scattata, secondo alcuni testimoni, in cui si vede un anziano Rolando Pelizza camminare in un giardino accanto a un uomo che dimostra circa cinquant’anni. Quel volto, per chi conosce le fotografie storiche di Majorana, è inquietantemente familiare. È lo stesso volto che avevamo già incontrato in precedenza, quello che alcuni identificano come Ettore Majorana in età avanzata, ma con un aspetto incompatibile con la sua età anagrafica.


Nel 1996 Majorana avrebbe dovuto avere novant’anni. L’uomo della foto non ne dimostra nemmeno sessanta. Non appare fragile, non appare senescente. È un dettaglio che, se isolato, potrebbe essere spiegato in mille modi: un sosia, una suggestione, un errore di identificazione. Ma anche questa fotografia viene sottoposta a perizie e analisi comparative, che non arrivano a una certezza assoluta, ma escludono manipolazioni evidenti.

Ed è qui che il racconto torna a una delle affermazioni più radicali contenute nella lettera attribuita a Majorana: l’esistenza di una quarta fase della macchina.

Secondo quanto scritto, dopo l’annichilimento, il riscaldamento e la trasmutazione, la macchina sarebbe stata in grado di compiere una quarta operazione: la traslazione della materia. Non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Teletrasporto, passaggio dimensionale, ritorno in uno stato precedente. È una descrizione che va oltre la fisica conosciuta e che, se presa alla lettera, sfida ogni modello scientifico attuale.


Pelizza afferma che, nel momento in cui un oggetto o un essere vivente viene traslato e poi riportato nella nostra dimensione, ritorna in uno stato più giovane. Non si tratterebbe di un ringiovanimento cosmetico, ma di una regressione dello stato della materia. È questa l’unica chiave che, all’interno del racconto, potrebbe spiegare la presenza di un Majorana apparentemente “fuori dal tempo”.


Naturalmente, siamo nel territorio delle ipotesi più estreme. Non esistono dati scientifici pubblici, ripetibili, verificabili, che possano confermare una simile capacità. Ed è corretto dirlo senza ambiguità. Ma, allo stesso tempo, è corretto riconoscere che il racconto non nasce in un vuoto totale: si innesta su lettere periziate, su documenti governativi, su interessamenti istituzionali reali, su filmati autentici dal punto di vista tecnico.

Ed è proprio questa commistione a rendere la vicenda così disturbante.


Cosa resta quando le certezze finiscono

A questo punto è necessario fermarsi e fare una riflessione, evitando sia l’entusiasmo acritico sia il rifiuto automatico. Come sottolinea lo stesso Rino Di Stefano, fotografie e video, anche se periziati, non sono prove scientifiche. Non dimostrano il funzionamento della macchina, né tantomeno l’esistenza di una nuova fisica. Della macchina di Majorana conosciamo solo descrizioni indirette, mai un’equazione, mai uno schema completo. E dalle lettere emerge un dettaglio fondamentale: non è la macchina in sé a essere decisiva, ma la formula matematica che ne consentirebbe il funzionamento. Formula che, se esiste, non è mai stata resa pubblica.


Eppure, accanto all’assenza di prove scientifiche definitive, esistono evidenze storiche. Governi che si interessano, commissioni che indagano, scienziati istituzionali che redigono relazioni, documenti segreti che parlano di dimostrazioni, di distruzione della materia, di implicazioni militari. Tutto questo è reale, documentato, verificabile.

Ed è qui che emerge la domanda forse più difficile di tutte: se si trattasse di un inganno, cosa ne avrebbe guadagnato Rolando Pelizza? Non denaro, non potere, non prestigio. La sua vita, secondo le ricostruzioni disponibili, è segnata da processi, fughe, isolamento, marginalità. Proviene da una famiglia agiata, non aveva bisogno di costruirsi un mito personale che gli ha portato solo problemi.


Quando in una vicenda compaiono servizi segreti, apparati militari e governi, la distinzione tra realtà e disinformazione diventa estremamente complessa. Non è affatto detto che tutto ciò che emerge sia vero, ma non è nemmeno scontato che tutto sia falso. In questi contesti esistono depistaggi, esagerazioni, paure reali che amplificano ipotesi non verificate.

Forse, come spesso accade nelle grandi storie di confine, la verità non sta in un unico punto, ma è frammentata. Forse Majorana non ha mai costruito una macchina capace di traslare la materia nel tempo. Ma forse ha davvero intuito che la fisica stava prendendo una direzione pericolosa, e ha scelto il silenzio come ultima forma di responsabilità. Forse Pelizza non ha mai posseduto la chiave di una nuova energia universale, ma si è trovato al centro di un gioco di poteri più grande di lui, dove bastava la possibilità di qualcosa di rivoluzionario per scatenare interessi enormi.


Prima di chiudere questa indagine, resta un ultimo documento. Una lettera che Pelizza definisce il testamento di Ettore Majorana. È con quelle parole che la storia, almeno narrativamente, trova il suo punto di arresto.

 

L’ultima lettera e ciò che non siamo riusciti a salvare

Prima che la vicenda di Ettore Majorana e Rolando Pelizza si dissolva definitivamente nel territorio delle ipotesi, resta un ultimo documento. Una lettera che Pelizza afferma di aver ricevuto dal presunto Majorana e che considera il suo testamento. Anche qui è necessario ribadire il metodo: non siamo di fronte a una prova scientifica, ma a un testo che, per chi indaga questa storia, rappresenta il punto di massima densità simbolica e narrativa.

Nella lettera, Majorana si rivolge a Pelizza con un tono che non è quello del profeta né quello del visionario, ma quello di un uomo stanco, consapevole di non essere arrivato in tempo. Gli riconosce correttezza, lealtà, il rispetto di una promessa difficile: tacere il suo nome per decenni. Poi lo libera da quel vincolo. Gli dice che, se lo riterrà opportuno, potrà finalmente parlare, divulgare gli scritti, mostrare le fotografie. Ma gli chiede una cosa precisa: spiegare i veri motivi che lo avevano spinto ad allontanarsi nel 1938.

Quei motivi, scrive, non erano la fuga, né la paura personale, né il rifiuto della vita. Erano la speranza di riuscire a dimostrare al mondo scientifico che esistevano alternative importanti e senza pericoli. Alternative che, però, non hanno trovato il tempo storico per affermarsi. Majorana ammette il fallimento, non della ricerca in sé, ma della sua possibilità di incidere sul corso degli eventi. La scienza è andata avanti, ma non nella direzione che lui avrebbe voluto. E il mondo, nel frattempo, ha conosciuto il disastro che temeva.


In queste righe non c’è l’orgoglio del genio incompreso, ma una forma di resa lucida. L’idea che una conoscenza, anche se vera, possa non servire a nulla se arriva troppo tardi o se cade nelle mani sbagliate. Ed è forse questo il filo più umano e più credibile di tutta la vicenda: la consapevolezza che il progresso scientifico non è neutro, e che il problema non è solo scoprire, ma decidere quando, come e a chi consegnare una scoperta.

Arrivati a questo punto, qualsiasi tentativo di “chiudere” la storia di Majorana sarebbe artificiale. Non sappiamo con certezza cosa gli sia accaduto dopo il 1938. Non sappiamo se l’uomo ritratto nelle fotografie e nei filmati sia davvero lui. Non sappiamo se la macchina descritta da Pelizza funzionasse davvero come raccontato. Non conosciamo l’equazione, ammesso che sia mai esistita. Non abbiamo dati sperimentali riproducibili, né modelli teorici verificabili.


Quello che sappiamo, però, è che questa storia ha lasciato tracce reali. Tracce negli archivi giudiziari, nelle relazioni istituzionali, nei documenti declassificati, nelle perizie, negli interessamenti di governi e apparati militari. Tracce sufficienti a impedire una liquidazione frettolosa, ma insufficienti per costruire una nuova verità scientifica.

Ed è forse proprio in questo spazio intermedio che la vicenda di Ettore Majorana continua a parlarci. Non come la prova di una fisica segreta o di una macchina impossibile, ma come il simbolo di una frattura che attraversa ancora oggi la nostra idea di progresso. La frattura tra conoscenza e responsabilità, tra scoperta e potere, tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che è eticamente sostenibile.


Se Majorana aveva davvero intuito che la fisica stava prendendo una strada pericolosa, allora la sua scomparsa non è solo un mistero biografico, ma una domanda lasciata aperta. Una domanda che non chiede di essere risolta con una risposta definitiva, ma di essere continuamente riformulata.

Forse non sapremo mai dove sia finito Ettore Majorana. Ma sappiamo che la sua assenza ha continuato a produrre interrogativi. E in certi casi, nella storia della scienza e dell’uomo, è proprio questo il segno più duraturo di una presenza.

 

Fonti e approfondimento

l segreto di Ettore Majorana https://www.ilsegretodimajorana.it/







 

 

 

 

 

 

Commenti


bottom of page