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La verità nascosta che potrebbe riscrivere la storia: la tomba di Gesù si trova in Giappone?Un viaggio tra mito, folclore e silenzio sino ai confini del mondo

di Marco Marra


tomba Gesù Giappone
Tomba Gesù Giappone

Il Giappone è una terra meravigliosa, patria di una cultura millenaria che ancora oggi esercita un fascino seducente grazie alla sua mescolanza di tradizione e innovazione, di spiritualità e materialità, di lentezza e velocità. Il Giappone si rivela, ad uno sguardo attento, come un paese dalle molte anime, alcune più evidenti e conosciute, altre più nascoste e misteriose. In pochi sanno, infatti, che, lontano dalle luci accecanti di Tokyo e Osaka, ci sono valli battute da un vento che sussurra storie antiche e foreste che sembrano custodire segreti che trascendono il tempo.


Siamo tra i monti della prefettura di Aomori, nei pressi del piccolo villaggio di Shingō, e qui, addentrandosi nella fitta boscaglia spesso impregnata di ghiaccio e nevischio, che ci si imbatte in un tumulo erboso sormontato da una croce e da una scritta enigmatica: Kirisuto no haka, ossia il sepolcro di Cristo. Ma come è possibile che in luogo così remoto – per non dire distante dalla Giudea e più in generale dalla zona mediterranea e mediorientale – sorga la tomba di quella che molti definirebbero come la figura più importante della storia e che, senza dubbio e a prescindere dalle disquisizioni sulla sua natura ultraterrena, è da annoverare tra le più influenti di ogni tempo? Per dare una risposta a questo enigma dobbiamo partire dal principio e raccontare una storia che da secoli si tramanda nel nord del Giappone e sulla quale si sono interrogati antropologi, storici, religiosi e orientalisti.


Secondo il mito Gesù, scampato alla crocifissione grazie al sacrificio di suo fratello Isukiri – figura sulla quale torneremo più avanti –, avrebbe viaggiato per mesi se non per anni attraverso le steppe dell’Asia, apprendendo conoscenze misteriose e antiche, sino a raggiungere le sponde remote del Giappone. Da lì sarebbe risalito verso nord sino a stanziarsi presso Shingō, un villaggio della prefettura di Aomori che, durante il periodo Edo, era sotto il controllo del clan Nabu. Ad ogni modo Gesù, dopo esservici stanziato, avrebbe vissuto qui dedicandosi alla coltivazione del riso, si sarebbe sposato con una donna di nome Miyuko, avrebbe avuto tre figlie e sarebbe morto all’età di 106 anni.


Ma su che elementi si basa questa bizzarra storia?

C’è da dire, in primis, che numerose testimonianze e fonti riferiscono di periodi di studio o predicazione da parte di Gesù in Oriente, in India perlopiù. Louis Jacolliot (1837-1890) notò una serie di somiglianze tra i resoconti della vita di Gesù e gli scritti che raccontavano la storia del dio Krishna e rese pubbliche le sue idee pur senza mai manifestare esplicitamente l’idea che Gesù avesse esplorato il subcontinente indiano.

Qualche anno dopo, nel 1908 precisamente, il predicatore statunitense Levi H. Dowling fece pubblicare il “Vangelo acquariano di Gesù Cristo”, un testo che l’autore avrebbe trascritto da un’originale codificato in un piano dell’esistenza diverso dal nostro chiamato Archivio Akashico.

Nel “Vangelo acquariano” si riscontrano numerosi riferimenti ai presunti peregrinaggi di Gesù in Egitto, Grecia, India, Tibet, Persia e Assiria. Anche qui, però, nessun’allusione al paese del Sol Levante. Ribadiamo la domanda, dunque: da dove trae origine il mito di Gesù in Giappone?


Non è facile destreggiarsi in questo labirinto di storie – che perlopiù pare abbiano a che fare con la tradizione orale – eppure tutti gli indizi sembrano condurre verso una serie di fonti, conosciute nell’ambiente come “documenti Takenouchi”.

Scoperti nel 1936 e andati distrutti durante la seconda guerra mondiale, questi scritti sarebbero arrivati sino a noi attraverso le trascrizioni di alcuni monaci shintoisti nonché attraverso la versione firmata da Wado Kosaka, cosmo-archeologo e figura di spicco nel panorama esoterico e occultistico nipponico degli anni ’70.

Tali copie sono oggi esposte presso il museo adibito nei pressi del villaggio di Shingō, laddove una fitta boscaglia sembra custodire silenziosamente segreti che vanno ben oltre l’ubicazione della stessa tomba di Gesù.


Il sepolcro, ad ogni modo, è tutt’ora visitabile e si trova su una collina poco distante dal centro abitato, accanto alla stessa è presente un’altra tomba più piccola ove sarebbero riposte alcune reliquie appartenenti alla famiglia del Nazareno, nello specifico una ciocca di capelli appartenente alla madre Maria e un orecchio del fratello Isukiri, il quale, come anticipato, sarebbe stato crocifisso al suo posto. 


L’eventuale storicità della vicenda non pare trovare supporto se non attraverso gli stessi documenti appartenuti a Kiyomaro Takenouchi, egli stesso annoverabile anche tra gli scopritori della tomba, eppure all’interno di questa narrazione più i dettagli si fanno nebbiosi e suggestivi e più pare crescere l’interesse di folcloristi e studiosi.

Il villaggio è diventato col tempo un forte attrattore ed oggi è un crocevia di pellegrini, curiosi ed esoteristi, tutti attratti dall’eco di una domanda che risuona da secoli: e se la storia fosse andata diversamente? In questo interrogativo si annida il fascino della leggenda della tomba di Gesù in Giappone: la possibilità che la verità possa essere diversa rispetto a quella che abbiamo sempre immaginato.


In quest’ottica, il mito di Kirisuto no haka – letteralmente: la tomba di Cristo – si inserisce nel filone di storie e teorie che ipotizzano che Gesù sia, appunto, sopravvissuto o sfuggito alla crocifissione.

Tra queste ci pare doveroso citare quella emersa in Persia a seguito della pubblicazione di un testo dal titolo impronunciabile traducibile come “Giardini della purezza sulla biografia dei profeti, dei re e dei califfi”.

Era il 1417 e lo storico persiano Muhammad ibn Khvandshah ibn Mahmud mise nero su bianco una storia che da tempo si tramandava attraverso la tradizione orale: Gesù, scampato all’esecuzione, si sarebbe recato a Nisbi – nell’attuale Turchia sudorientale – insieme a Maria per guarire il re. In seguito avrebbe lasciato la città per intraprendere un viaggio che, passando per l’Afghanistan, lo avrebbe condotto in Kashmir. Proprio il subcontinente indiano è un coacervo di tradizioni sincretiche e di storie riguardanti Gesù di Nazareth. Una sezione dei “Bhavishya Purana” – uno dei diciotto Purana attribuiti al compilatore dei Veda, sebbene ci sembra doveroso specificare che il suddetto comparto sia indicato da molti studiosi come apocrifo o frutto di una successiva interpolazione – fa riferimento, ad esempio, ad un incontro tra Cristo e il sultano Gautamiputra Satakarni.


Secondo altri costumi, legati perlopiù al movimento Ahmadiyya, Gesù sarebbe sopravvissuto alla crocifissione, giunto oltre l’Eufrate per sfuggire dai territori posti sotto il controllo romano, viaggiato in lungo e in largo e morto alla veneranda età di centoventi anni.


Altre tradizioni, sia mussulmane che cristiano-apocrife, si rifanno – così come la teoria oggetto di questo studio – all’idea di una sostituzione di persona volta allo scopo di inscenare la morte del profeta. Nel Corano si fa riferimento ad uno stratagemma il cui scopo sarebbe stato quello di punire il popolo ebraico per il tradimento nei confronti di Dio stesso, mentre nel “Vangelo di Barnaba” si fa cenno al fatto che ad essere crocifisso sia stato Giuda Iscariota e non Gesù. Più in generale possiamo dire che sussistono moltissime tradizioni che propongono diverse figure crocifisse al posto del Messia cristiano: l’apostolo Pietro, Ponzio Pilato, il già citato Giuda Iscariota, Giosuè, Simone di Cirene, sino ad arrivare – secondo appunto la tradizione Shingō – a Isukiri, fratello di Gesù.


A prescindere, in ogni caso, dell’attendibilità o meno di tali idee, è innegabile il fascino che le stesse esercitino non solo sugli studiosi ma anche sulla comunità locale. Ogni anno, nei pressi della tomba di Gesù a Shingō, si svolge una festa tradizionale che richiama visitatori da tutto il Giappone e anche dall’estero. La cerimonia, che si tiene a giugno, unisce momenti di raccoglimento e rituali shintoisti a danze e canti popolari, in una celebrazione che mescola la sacralità cristiana all’identità locale. In questa occasione, la comunità rende omaggio alla memoria di Kirisuto no haka e rinnova il legame con una leggenda che, volente o nolente, ha determinato la storia del villaggio.


Un ruolo centrale nella storia della tomba e della festa è quello della famiglia Sawaguchi. Secondo la tradizione – e in considerazione del fatto che una delle tre figlie del profeta avrebbe sposato un membro della suddetta famiglia –, i Sawaguchi sarebbero discendenti diretti di Gesù, una credenza tramandata da generazioni e fondata sulle testimonianze raccolte nei succitati “documenti Takenouchi”.

Ancora oggi alcuni membri della famiglia rivendicano con orgoglio questa discendenza basando la propria convinzione anche su alcuni specifici elementi visivi e fisionomici: i tratti somatici di alcuni membri, ad esempio, sembrano diversi da quelli di altri giapponesi. La pelle più scura, gli occhi e i capelli suggerirebbero, a loro dire, una specifica discendenza mediorientale.

A ulteriore riprova dell’impatto culturale di questa narrazione, c’è da sottolineare il ruolo museo di Shingō. Esso custodisce reperti, fotografie, trascrizioni documentali e oggetti rituali legati alla festa e alla storia della tomba.

Visitato ogni anno da numerosi curiosi e studiosi, il museo tiene viva la memoria di una tradizione che, al di là della sua veridicità, ha plasmato l’immaginario collettivo, contribuendo a fare di Shingō un luogo unico, dove mito e realtà si intrecciano come i rami dei pini del Tōhoku. In questo senso, c’è da sottolineare, il folclore diventa parte integrante della Storia stessa – sì, la s maiuscola non è messa a caso – sino a plasmarne le diramazioni.


A prescindere dalla verità o meno dietro ad una convinzione, nel momento in cui essa riesce ad influenzare la vita reale – sia su piccola che su larga scala – diviene, in un certo qual modo, vera in ogni caso. Questo discorso, che oggi stiamo facendo in relazione alla tomba di Gesù in Giappone, potrebbe essere esteso a diverse idee e credenze finanche più note, basti pensare ad alcune bizzarre confessioni religiose, ad alcune branche dell’ufologia, a certe inverosimili storie di stregoneria o magia.


Ernesto De Martino, eminente antropologo e storico delle religioni, ci ricorda che il folclore è un vero e proprio processo vivente che trasfigura il dolore e il mistero in racconto collettivo. Il mito di Shingō, in questo senso, va colto come un fiore che sboccia nell’immaginario, risanando quella sorta di frattura che separa la tradizione religiosa occidentale da quella orientale, la cronaca dal sogno. 

Piero Camporesi e Cristina Campo, studiosi delle profondità del simbolo, hanno esplorato attraverso i loro scritti il concetto di desiderio di radicare il sacro in una terra lontana, rendendo ospite il divino, e in questo senso il richiamo alla storia della tomba di Gesù a Aomori ci pare più che azzeccato. Il folclore, lo ribadiamo, si rivela attraverso la lente dell’etnologia non come un semplice racconto bensì come un oltre-racconto, un rito di appartenenza, un modo di plasmare la comunità, una memoria che determina la carne e sangue di un popolo.


La leggendaria sepoltura di Gesù in Giappone, lungi dall’essere solo un bizzarro racconto intriso di esoticismo, rappresenta per certi versi un esercizio di antropologia culturale. È l’emersione di uno specchio in cui la comunità riflette la propria sete di senso, la necessità di congiungere il proprio destino con quello universale, la manifestazione di una congiunzione tra il piccolo e il grande. Qui si compie, parafrasando Ernesto De Martino, una presenza che salva dall’insignificanza: Shingō ospita il Cristo non perché la storia lo confermi, ma perché il mito lo pretende, colmando un vuoto che la realtà lascia aperto.

Allo stesso tempo, questa narrazione mostra come il folclore possa essere un ponte in grado di oltrepassare le barriere del tempo e delle culture, mutando e rinnovando se stesso sino a generare nuove sequele di credenze, in una sorta di sincretismo di tradizioni, usanze e costumi. In un’epoca dove l’identità è spesso vissuta come difesa o isolamento, la leggenda di Shingō suggerisce che si può essere eredi di molte radici, e che il mistero non è sempre qualcosa da dissipare o risolvere bensì, talvolta, qualcosa da custodire e preservare con rispetto e meraviglia.


Se dovessimo cercare di definire attraverso un unico concetto la tomba di Gesù a Shingō, forse, questo avrebbe a che fare con la finzione o col sogno o persino con la provocazione. Nonostante ciò, tuttavia, il fascino di questa vicenda non sta nella veridicità storica ma nella sua capacità di evocare mondi lontani, di riaccendere il desiderio di ascoltare, di credere, di immaginare e, perché no, di mantenere sempre la mente libera da pregiudizi di sorta.

Il folclore, in quest’ottica, si rivela come un fiume carsico: attraversa le comunità portando nutrimento invisibile; è la linfa della memoria, una voce che ci ricorda chi siamo, da dove veniamo, dove siamo diretti.


Così, nel silenzio delle foreste che circondano Shingō, l’eco del mito si mescola al fruscio dei rami e al frinire delle cicale. La leggenda di Gesù in Giappone è qualcosa che non necessariamente ha a che fare con la fede – e forse neanche con la vera e propria ricerca storica –, ma è una trama che richiede una partecipazione di natura poetica, un ascolto che sappia accogliere la vertigine del possibile e, perché no, dell’impossibile. E, forse, è proprio in questa sospensione tra dubbio e meraviglia che si cela il significato più profondo e autentico del folclore: la nostra inestinguibile sete di senso, la nostra necessità di raccontarci al fine di non smarrirci nel buio della storia.

 

di Marco Marra


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