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3I/ATLAS: tutte le anomalie dell’oggetto interstellare che mette in crisi le certezze dell’astronomia

  • Immagine del redattore: Ustory
    Ustory
  • 2 dic 2025
  • Tempo di lettura: 5 min
Hubble ha catturato questa immagine della cometa interstellare 3I/ATLAS il 21 luglio 2025, quando la cometa si trovava a 445 milioni di chilometri dalla Terra
Hubble ha catturato questa immagine della cometa interstellare 3I/ATLAS il 21 luglio 2025, quando la cometa si trovava a 445 milioni di chilometri dalla Terra

Quando un oggetto proveniente da un altro sistema stellare attraversa il Sistema Solare, non è mai un evento banale. Ma nel caso di 3I/ATLAS, il terzo oggetto interstellare mai identificato dopo ʻOumuamua e Borisov, ciò che colpisce non è solo la sua origine extrasolare. È il modo in cui si comporta. È ciò che mostra. Ed è soprattutto ciò che non rientra perfettamente nei modelli che usiamo per spiegare corpi simili.

Ufficialmente, oggi 3I/ATLAS viene descritto come una cometa interstellare. E, in effetti, esibisce una chioma, un’attività di degassamento e una coda. Ma già fermarsi a questa etichetta rischia di essere una scorciatoia. Perché, quando si analizzano nel dettaglio i dati osservativi, emergono una serie di anomalie oggettive che rendono questo oggetto tutt’altro che ordinario.

 

Un’origine fuori dal Sistema Solare… ma non solo

Il primo dato certo è la traiettoria iperbolica. 3I/ATLAS non è legato gravitazionalmente al Sole. La sua orbita indica un’origine esterna: proviene dallo spazio interstellare e, dopo il passaggio nel nostro sistema, lo lascerà per sempre.

Questo lo rende già di per sé un oggetto rarissimo. Ma ciò che ha attirato l’attenzione degli astronomi non è solo la sua provenienza, bensì il modo in cui interagisce con l’ambiente solare. Rispetto a quanto ci si aspetterebbe da una normale cometa, alcuni parametri risultano difficili da inquadrare.

 

L’anomalia chimica: nichel senza ferro

Uno degli aspetti più discussi riguarda la composizione della chioma. Le analisi spettroscopiche hanno evidenziato una presenza significativa di nichel atomico, associata a una quasi totale assenza di ferro. Questa combinazione è estremamente rara nelle comete conosciute del Sistema Solare, dove ferro e nichel tendono normalmente a comparire insieme.

Questo dettaglio, da solo, non basta a ribaltare la natura dell’oggetto. Ma obbliga a considerare che 3I/ATLAS potrebbe essersi formato in un ambiente chimicamente molto diverso dal nostro, attorno a una stella con caratteristiche differenti dal Sole. In altre parole, staremmo osservando un frammento autentico di un altro sistema planetario, con una “firma” chimica estranea alla nostra esperienza.

 

Un’attività troppo precoce

Un altro punto critico è la precocità dell’attività. 3I/ATLAS ha mostrato segni evidenti di degassamento già a distanze dal Sole in cui, secondo i modelli standard, una cometa dovrebbe essere ancora sostanzialmente inattiva.

Questo comportamento suggerisce:

  • ghiacci con temperature di sublimazione più basse,

  • una struttura interna più porosa del previsto,

  • oppure una composizione dei volatili radicalmente diversa.

In tutti e tre i casi, non si tratta di una semplice variazione marginale, ma di un dato che spinge fuori dalla zona di comfort delle teorie attuali.

 

Una dinamica difficile da semplificare

Anche la dinamica del movimento è sotto osservazione. La velocità elevata, la precisione della traiettoria e l’assetto dell’oggetto lungo il suo percorso hanno spinto alcuni ricercatori a interrogarsi sulla possibilità che le sole interazioni gravitazionali e i normali getti di gas siano sufficienti a spiegare ogni dettaglio del moto.

Qui entra in gioco un punto di vista sempre più discusso nella ricerca contemporanea: quando un oggetto mostra più anomalie contemporaneamente — chimiche, fisiche e dinamiche — la spiegazione “più semplice” può non essere quella corretta. A volte, è solo quella più rassicurante.

 

Il tabù dell’ipotesi artificiale

A questo punto emerge inevitabilmente una questione che divide profondamente la comunità scientifica: è legittimo prendere in considerazione un’origine artificiale?

L’approccio che qui condividiamo non afferma che 3I/ATLAS sia una sonda aliena. Sarebbe una conclusione priva di prove. Ma sostiene un principio più sottile e più scomodo:escludere a priori l’ipotesi tecnologica non è un atto scientifico, è un atto culturale.

Se una civiltà extraterrestre tecnologicamente avanzata esistesse o fosse esistita in passato, i suoi artefatti dovrebbero comunque obbedire alle leggi della fisica. E quindi, in linea di principio, dovrebbero essere osservabili. Gli oggetti interstellari sono, per definizione, i candidati ideali a trasportare simili tracce.

Il problema non è sostenere che 3I/ATLAS sia artificiale. Il vero problema è che l’ipotesi viene spesso scartata non sulla base dei dati, ma per timore delle sue implicazioni.

 

Il precedente di ʻOumuamua e il modello che scricchiola

Il dibattito su 3I/ATLAS non nasce nel vuoto. Si inserisce in una frattura già aperta dal caso ʻOumuamua. Anche allora si parlò di:

  • accelerazioni non spiegate pienamente,

  • assenza di una chioma cometaria classica,

  • forma e comportamento insoliti.

Per ʻOumuamua furono proposti modelli sempre più complessi per ricondurlo a un’origine naturale. Lo stesso sta accadendo ora con 3I/ATLAS. Ma qui si apre un interrogativo metodologico fondamentale: quando un modello deve essere reso sempre più complicato per salvare l’ipotesi di partenza, non è forse l’ipotesi stessa a meritare una revisione?

È importante chiarirlo con precisione: 3I/ATLAS non rappresenta alcuna minaccia per la Terra. Le distanze in gioco sono enormi e non esiste nessun rischio d’impatto. Questo oggetto non è pericoloso. Ma è, potenzialmente, sconvolgente dal punto di vista conoscitivo.

Perché se è una cometa naturale, allora stiamo osservando un campione puro della chimica di un altro sistema stellare. Se invece alcune sue caratteristiche dovessero risultare incompatibili con qualsiasi spiegazione naturale, allora saremmo di fronte alla prima traccia osservabile di una tecnologia extraterrestre nella storia dell’umanità.

Entrambe le possibilità sono straordinarie. E una non è meno scientifica dell’altra.

Il vero confine non è nello spazio, ma nella mente

Il caso 3I/ATLAS mostra con chiarezza un limite che non è tecnologico, ma culturale. Possediamo strumenti potentissimi, telescopi spaziali, spettrometri avanzati, modelli matematici raffinatissimi. Ma ciò che spesso ci manca è il coraggio epistemologico di guardare oltre i confini di ciò che riteniamo “possibile”.

Accettare il dubbio non significa rinunciare al rigore. Significa applicarlo senza sconti, anche quando conduce in territori scomodi.

Oggi 3I/ATLAS viene catalogato come una cometa interstellare con caratteristiche insolite. E forse resterà per sempre “solo” questo. Ma i dati raccolti indicano che non è un oggetto qualunque, nemmeno all’interno della già ristrettissima categoria degli oggetti interstellari.

Le sue anomalie chimiche, la sua attività precoce, la sua dinamica e la sua provenienza lo rendono un enigma reale, non mediatico.


Il dubbio sulla sua vera origine non è una fantasia. È una posizione scientificamente legittima, finché esistono dati che non trovano spiegazione completa. E in scienza, ogni spiegazione incompleta non è una conclusione, ma un invito a indagare più a fondo.

3I/ATLAS non ci sta dicendo cosa sia. Ci sta dicendo, con la sua sola presenza, che l’Universo è probabilmente molto più complesso di quanto siamo disposti ad ammettere.

 

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