LA STORIA DELLA FUGA DI HITLER E DEL (FINTO?) SUICIDIO
- 3 mar
- Tempo di lettura: 18 min
di Marco Marra

La fine della Seconda guerra mondiale ha determinato il nuovo assetto del nostro mondo – sebbene tale assetto, a onor del vero, pare sempre più prossimo al disfacimento – ma anche una serie di domande e questioni irrisolte. Alcune di ordine morale, altre di natura sociologica o etnoantropologica, talaltre di tipo scientifico, e altre ancora di natura storica. Una di queste riguarda la sorte del führer Adolf Hitler.
I più potrebbero obiettare a questa affermazione asserendo qualcosa del tipo: «Ma come? Adolf Hitler è morto suicida il 30 aprile 1945. Si è sparato un colpo di pistola alla testa e, nei sotterranei del bunker della Cancelleria, ha seguito la stessa sorte anche la moglie Eva Braun, la quale ha ingerito un’abbondante dose di cianuro.» Questa è la versione ufficiale e, è bene specificarlo sin da subito, anche la più accreditata tra gli storici e gli accademici di tutto il mondo. Esiste però una teoria diversa – o per meglio dire una serie di teorie facenti capo a un minimo comune denominatore – che hanno come fulcro l’idea che Hitler sia sopravvissuto al conflitto. Una teoria che, se confermata, incrinerebbe non poche certezze. Una teoria pazzesca, incredibile, ma che, come vedremo, poggia su una base fatta di indizi non del tutto trascurabili.
Ma andiamo con ordine, partendo dalla storiografia ufficiale. I libri scolastici ci dicono che il dittatore nazista abbia trascorso gli ultimi giorni della propria vita rinchiuso nel Führerbunker, un enorme complesso sotterraneo sito a Berlino e costruito originariamente allo scopo di rifugio temporaneo. Il 16 gennaio 1945, a seguito dell’avanzata sempre più prepotente dell’Armata Rossa, Hitler vi si trasferisce assieme alla compagna Eva, a Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda, e famiglia e a un altro paio di dozzine di persone, tra le quali diverse segretarie, un medico, un’infermiera, un telefonista e altri membri dell’amministrazione. Tra la seconda metà di aprile e i primi giorni di maggio del ’45 ha luogo l’ultima grande offensiva della Seconda guerra mondiale – almeno per quanto riguarda il teatro europeo –, ovverossia la battaglia di Berlino. L’esercito sovietico ha la meglio sulla stanca e disperata resistenza della Wehrmacht e il 20 aprile, data a cui si attribuisce anche l’ultima salita in superfice di Hitler, l’Armata Rossa bombarda la capitale tedesca per la prima volta. Nei giorni successivi, tra il 22 e il 23, diverse persone scelgono di abbandonare il bunker per cercare salvezza altrove e il führer, ormai consapevole d’essere prossimo alla caduta, decide di dettare il proprio testamento a Traudl Junge nonché di sposare la compagna Eva Braun. Il giorno successivo Hitler e Eva Braun si tolgono la vita, lui con un colpo di pistola e lei ingerendo una capsula velenosa.
I loro corpi vengono trasportati nei giardini della Cancelleria e immediatamente cremati. Nei giorni successivi anche Goebbels e la moglie, dopo aver fatto ingerire ai figli capsule velenose, si suicidano. Gli altri occupanti del bunker scappano o vengono fatti prigionieri dalle truppe sovietiche.
Dalla lettura di questo resoconto salta all’occhio immediatamente un fatto: i corpi di Hitler e di Eva Braun non possono essere recuperati poiché, appunto, sono stati cremati. Secondo quanto emerge dai resoconti di chi ha avuto modo di accedere ai documenti presenti negli archivi dell’Unione Sovietica, i resti carbonizzati sarebbero stati seppelliti in un luogo mai rivelato – onde evitare sia peregrinaggi che vandalizzazioni – e, solo nei primi anni ’70, esumati e lasciati disperdere. È necessario però fare un passo indietro per ricordare che, quando nel ’45 la SMERŠ – ovverossia il controspionaggio sovietico – ritrovò i resti carbonizzati del dittatore riuscì a recuperare alcuni frammenti ossei – in particolare una mandibola –, oggetti che saranno poi confrontati con i dati a disposizione e assurgeranno dunque a prova inconfutabile a conferma delle circostanze dell’avvenuta morte. Nel 2017, inoltre, il patologo francese Philippe Charlier ha effettuato una perizia sull’arcata dentaria ritrovata – previa autorizzazione dei russi – confermando che i resti apparterrebbero al führer del Terzo Reich.

Questa è la storia ufficiale, quella che ci viene raccontata dai media mainstream e che viene scritta sui libri di storia. Ma, come abbiamo annunciato, esiste un’altra storia. Più controversa, più misteriosa, forse anche più inverosimile, ma non per questa priva di fascino o indegna di essere conosciuta. Questo perché, è bene ricordarlo, per conoscere la verità è necessario vagliare tutte le ipotesi, finanche quelle più incredibili.
Lo abbiamo già detto: più che di una singola teoria univoca e organica si tratta di una serie di ipotesi partenti da un presupposto comune: Hitler non si sarebbe mai suicidato ma avrebbe, altresì, inscenato il suicidio per poi mettersi in salvo attraverso canali riservati e stratagemmi ben congeniati.
Da questo punto di partenza, i cui dettagli e le cui minuzie inizieremo a sviscerare tra pochissime righe, si dipanano una miriade di congetture: da quelle più improbabili che vedono il führer rifugiatosi in una base segreta in Antartide sino ad arrivare ad altre che, come vedremo, poggiano su una serie di ragguardevoli tracce e che vedono il dittatore tedesco aver proseguito la propria vita (quasi) da uomo qualsiasi in Sud America. Ma procediamo con ordine.
Le premesse di ogni intersezione della teoria posano la loro solidità sull’assenza del cadavere di Hitler. A differenza del Duce del fascismo – giustiziato insieme all’amante Claretta Petacci a Dongo il 28 aprile del ’45 e appeso a testa in giù alla pensilina di un distributore di carburante di Piazzale Loreto il giorno seguente –, la cui sorte è testimoniata da centinaia di persone e il cui corpo è conservato in una cripta a Predappio, o di altri gerarchi dapprima freddati e successivamente esposti al pubblico ludibrio, non sussistono filmati o testimonianze oculari inoppugnabili della sorte spettata al führer.
La ricostruzione più accreditata delle ultime ore trascorse nel bunker vuole che sia stato egli stesso a richiedere che il proprio corpo fosse bruciato – probabilmente proprio per non lasciare che fosse oggetto di scherno da parte del nemico – eppure qualcosa nella ricostruzione dei fatti sembra non tornare, e il perché è riassumibile nelle seguenti motivazioni:
1) I testimoni diretti che avrebbero visto i corpi di Adolf Hitler e Eva Braun sono pochissimi. Questo poiché sia il ministro della propaganda Joseph Goebbels che la sua intera famiglia nonché altri vertici nazisti avrebbero scelto anch’essi di togliersi la vita – sebbene riguardo la presunta morte di Martin Bormann ci sarebbe da realizzare un’indagine a sé stante –, sia perché altri occupanti, come già accennato, avrebbero optato per la fuga.
2) I resoconti forniti dai testimoni diretti non coincidono, almeno secondo quanto riportato da Henri Ludwigg nel suo saggio L’assassinio di Hitler, dato alle stampe alla fine degli anni ’60. Basti pensare che l’autista personale del führer Eik Kempka avrebbe affermato che Otto Günsche gli avrebbe rivelato che Hitler si sarebbe sparato in bocca; di contro, il capitano delle SS Karl Schneider rivelò di aver visto del sangue coagulato su entrambe le sue tempie nel momento in cui aiutò a spostare i corpi.
3) I testimoni principali, Linge e Günsche e Artur Axmann, furono dapprima catturati e successivamente imprigionati rispettivamente dai sovietici e dagli statunitensi. I loro interrogatori, secondo fonti più o meno accreditate, si sarebbero svolti in circostanze non convenzionali e sotto tortura e, come asserito da Cesare Beccaria nel suo Dei delitti e delle pene, le confessioni ottenute sotto tortura hanno un valore relativo o comunque meno definitivo.
Axmann, leader della Gioventù hitleriana, riferì che Günsche, Sturmbannführer delle SS, gli aveva riferito che Hitler prima di spararsi avrebbe assunto una capsula di veleno similmente a quanto fatto da Eva Braun. Altre fonti riportano che Günsche avrebbe in seguito negato o comunque ritrattato tale affermazione, contribuendo in tal modo a ingarbugliare una matassa già evidentemente difficile da sciogliere.
4) Per quale motivo i sovietici – i quali avrebbero avuto tutti gli interessi propagandistici del mondo per salire sul palcoscenico e mostrare le prove di essere in possesso degli ultimi resti dell’uomo che aveva messo in pericolo il mondo, il più crudele di tutti, e di essere stati loro a sconfiggerlo – si sarebbero impelagati in un susseguirsi di cambi di rotta riguardo il luogo di conservazione e l’esito dei resti del führer?
Diverse registrazioni e documentazioni testimoniano la volontà da parte dell’Armata Rossa di identificare il corpo a tutti i costi, come fosse una necessità assoluta. Allora perché i resti, originariamente conservati in una cassa, sarebbero stati rimossi dal luogo di sepoltura originale e spostati dapprima a Brandeburgo e dopo a Stendal e, infine, a Magdeburgo? E perché nell’aprile del 1970, nonostante i dubbi sollevati negli anni e la possibilità di confermare la versione ufficiale attraverso le nuove procedure scientifiche, certi agenti del KGB avrebbero dissotterrato la cassa, l’avrebbero bruciata e poi disperso le ceneri e i resti nel fiume Biederitz, affluente dell’Elba?
Sebbene ognuna di queste domande, presa a sé, possa trovare una risposta, c’è da dire che sembra tutto molto strano e soprattutto in disaccordo con le necessità legate al contesto geopolitico post-Seconda guerra mondiale. Il tutto, inoltre, assume un significato ancor più ambiguo se visto sotto la lente di quanto racconteremo nel paragrafo successivo.
Siamo tra il luglio e l’agosto del ’45 a Postdam, ed è in corso il vertice tra le potenze vincitrici. Vi partecipano il primo ministro britannico, il presidente degli Stati Uniti d’America e il leader dell’Unione Sovietica, Iosif Stalin. Secondo alcune fonti, il segretario generale del Partito avrebbe esposto, nel corso della conferenza nonché in alcuni momenti informali, i suoi dubbi riguardo le sorti del leader del nazionalsocialismo tedesco, asserendo che, forse, aveva trovato rifugio nella Spagna franchista o in Argentina – qui, come altri ex-gerarchi nazisti, ma ci torneremo dopo.
Sebbene, come osservato da alcuni analisti, Stalin abbia potuto mentire al fine di far sì che le potenze occidentali – d’ora in avanti dirette competitrici dell’Unione Sovietica – investissero risorse e tempo per indagare sulle vere sorti di Hitler, tale ipotesi – come quella che le fa da contraltare – resta nel campo delle speculazioni e non abbiamo nessuna prova che le parole di Stalin siano state una menzogna deliberata.
Ben distante dal campo speculativo è invece la serietà con la quale gli Stati Uniti hanno preso sul serio, quantomeno nell’immediato dopoguerra, l’ipotesi che il suicidio di Hitler sia stato una messa in scena.
Alcuni documenti desecretati ai sensi del Freedom of Information Act dalla CIA – e consultabili sul sito ufficiale dell’agenzia – testimoniano gli sforzi compiuti dal servizio d’intelligence al fine di individuare l’effettiva posizione attuale, all’epoca dei fatti, dell’ex-führer. Anche l’FBI, principale agenzia federale di polizia della prima potenza mondiale, ha a lungo indagato su questa ipotesi – anche qui i documenti declassificati sono consultabili sul sito ufficiale – e, incrociando i dati, il quadro che emerge è un coacervo di ipotesi che convergono nella direzione di una fuga in Sud America, forse in Colombia o ancora in Brasile o Argentina.
È importante però sottolineare che, nonostante l’interessante presenza anche di fotografie, nessuno di questi documenti porta all’affermazione che Hitler sia sopravvissuto alla fine della guerra né lasciano trasparire la possibilità, non del tutto da escludere a dire il vero, che esistano altri documenti non declassificati contenenti ulteriori sviluppi sull’indagine. Nonostante tutto, il fatto che le agenzie d’intelligence abbiano investito così tante risorse al fine di seguire questa possibilità tanto marginale resta altresì un fatto indicativo e interessante, o tuttalpiù curioso.
Ma veniamo al dunque! Perché il Sud America? Perché, nello specifico, si parla spesso di Argentina? La risposta è presto detta ed è da collegare a una vicenda la cui storicità è comprovata: parliamo dell’organizzazione ODESSA. Si tratta di una rete che univa ex-gerarchi, soggetti da ricondurre a paesi simpatizzanti – la Spagna franchista e, appunto, l’Argentina di Perón fanno spesso capolino in tali ricostruzioni – nonché membri del Vaticano e alte sfere di varie potenze occidentali, al fine di creare canali di fuga per permettere ai criminali di guerra nazisti di trovare rifugio.
Sebbene sussista una controversia riguardo l’esistenza di una organizzazione strutturata gerarchicamente volta a tal scopo, è indubbio che diverse figure di spicco se la siano scampata grazie a una fitta rete di collaborazioni. Basti pensare al caso, ben documentato e raccontato da diversi libri e film, di Adolf Eichmann. Ritenuto tra i maggiori responsabili dell’olocausto, Eichmann fu aiutato dal vicario generale della diocesi di Bressanone, tale Alois Pompanin, a ottenere i documenti falsi che gli permisero di salpare da Genova su una motonave diretta oltreoceano.
Nel 1960 il Mossad, principale servizio segreto israeliano, localizza Eichmann in una zona rurale e periferica di Buenos Aires – ci sarebbe tanto da dire riguardo alle modalità con cui il Mossad ha individuato l’esatto luogo e le abitudini di Eichmann (tra le altre cose, il figlio Klaus frequentava una ragazza di nome Sylvia alla quale avrebbe rivelato il suo vero cognome e fatto cenno alle simpatie nazionalsocialiste), ma questa è un’altra storia – e con uno stratagemma lo cattura e, dopo varie vicissitudini, riesce a trasferirlo in Israele, dove sarà interrogato, processato e condannato.
Quello di Eichmann, in ogni caso, non è l’unico caso comprovato di un vertice del nazismo riuscito – almeno per un certo periodo – a far perdere le proprie tracce. Tra gli altri figurano Klaus Barbie, comandante della Gestapo a Lione e rifugiatosi in Bolivia sino al suo arresto negli anni ’80, Erich Ernst Bruno Priebke, imprigionato in Italia e fuggito in Argentina e infine estradato e processato a Roma, Josef Mengele, medico di Auschwitz soprannominato l’angelo della morte, imbarcatosi da Geniva verso l’Argentina e trasferitosi poi in Paraguay e Brasile – dove, secondo alcune ipotesi marginali, avrebbe continuato a condurre i suoi disturbati esperimenti.
E questi sono solo alcuni tra i nomi noti del Terzo Reich ad essersi rifugiati oltreoceano. Viene da pensare che chissà quante personalità nazionalsocialiste meno in vista siano riuscite a condurre una vita normale lontano dalla Germania. E chissà se i fantasmi delle atrocità commesse non li abbiano perseguitati, ma anche questa è un’altra storia.
La rete di esfiltrazione, nominata in ambienti anglosassoni con il dispregiativo ratline, avrebbe avuto tra i suoi membri attivi il vescovo Alois Hudal oltreché Otto Skorzeny, tra i protagonisti della liberazione di Mussolini nel settembre del ’43, e il militare Alfred Helmut Naujocks. ODESSA, tra l’altro, non è stata l’unica organizzazione concepita per assistere i nazisti in fuga: legata al nome del succitato Otto Skorzeny, ci sarebbe Die Spinne – letteralmente: il ragno – coordinata dalla Spagna sotto l’ala protettrice del dittatore Francisco Franco.
Naturalmente, quanto esposto pocanzi serve a raccontare a grandi linee il contesto geopolitico in cui sorge l’idea che Hitler non si sia suicidato nel bunker; contesto che, risulta chiaro, non rende affatto inverosimile l’ipotesi di una sua fuga in Sud America, soprattutto in considerazione della mancanza del corpo, delle testimonianze contraddittorie, dell’ambiguità delle affermazioni di Stalin.
Ma torniamo sul pezzo: già prima dello sbarco in Normandia le forze alleate, in particolare gli Stati Uniti, ipotizzano che, al momento opportuno, Hitler inscenerà la propria morte obnubilandola all’opinione pubblica attraverso l’uso di un sosia. Non si sa bene su che fondamenta posi tale idea, eppure i servizi segreti non si limitano a valutarla ma si spingono a realizzare e render noti una sfilza di fotomontaggi che ipotizzano i possibili camuffamenti del führer.
Inoltre, ben prima della conferenza di Potsdam – alla quale abbiamo fatto cenno precedentemente – Georgij Konstantinovič Žukov, maresciallo dell’Unione Sovietica e comandante in capo dell’Armata Rossa durante il conflitto, asserisce che Hitler non si è suicidato ed è fuggito chissà dove. Come se non bastasse, nell’estate del ’45 alcuni quotidiani inglesi rilanciano le affermazioni di un altro ufficiale sovietico asserente che il corpo carbonizzato trovato nel nascondiglio appartenga a un sosia, tra l’altro neanche tanto somigliante.
Nello stesso periodo, stando ai succitati documenti dell’FBI, un noto quotidiano parigino propone un virgolettato di Otto Abetz, ambasciatore nazista presso il governo fantoccio di Vichy, che confermerebbe la teoria del non-suicidio.
Sebbene gli scettici asseriscano che tali affermazioni siano da ricondurre a un’operazione di disinformazione sovietica – in effetti i russi non erano nuovi all’uso di misure attive al fine di depistare il nemico – non dobbiamo dimenticare che il processo di analisi storica delle testimonianze indica la vicinanza temporale al fatto in esame come una delle caratteristiche fondamentali utili a determinarne la veridicità.
Inoltre, siamo sicuri che affermare di essersi lasciati scappare il dittatore sarebbe stata una scelta migliore in termini propagandistici rispetto al mostrare l’assoluto successo dell’offensiva finale su Berlino? Tale sacrificio in termini di immagine, al solo scopo di indirizzare qualche risorsa alleata per la ricerca di Hitler in Sud America?
Nell’addentrarci nella tana del Bianconiglio, ci siamo resi conto che non è facile orientarsi nel labirinto di supposizioni, piste investigative e indizi più o meno verificabili, e per questo motivo – è bene ribadirlo – ci concentreremo sugli aspetti che, in qualche modo, hanno destato maggiore attenzione.
Soprassederemo, ad esempio, su William Henry Johnson e sulle sue lettere in cui si firmava Furrier no. 1, né ci soffermeremo più di tanto sull’agente segreto William F. "Bill" Heimlich il quale, nell’introduzione al libro Who killed Hitler? a cura di Moore e Barrett, riferisce non solo l’assenza di prove della morte del leader ma si spinge a non escludere la possibilità dell’introduzione nel bunker di un sosia, il tutto sotto l’attenta direzione d’orchestra del Reichsführer delle SS Heinrich Himmler.
Teorie molto suggestive, e rilanciate in più occasioni non solo da tabloid ma anche da divulgatori e documentaristi, sono quelle presentate nei saggi Grey Wolf: The Escape of Adolf Hitler e Sulle tracce di Hitler rispettivamente firmati da Gerrard Williams & Simon Dunstan e da Abel Basti.
Da uno studio incrociato delle ipotesi presentate nei testi e dalle evidenze indiziarie cui abbiamo fatto riferimento nelle righe precedenti risulta possibile individuare una serie di leitmotiv nonché estrapolare un nucleo narrativo utile a fissare la spina dorsale della teoria che vede Hitler fuggito in Argentina.
Quest’idea va inserita nel contesto più ampio su cui ci siamo precedentemente soffermati – quello dell’operazione ODESSA e della connivenza di certi regimi e/o individui con le organizzazioni naziste – e identifica Juan Domingo Perón, futuro presidente dell’Argentina, e la moglie Evita come fiancheggiatori dell’esfiltrazione di ex-gerarchi dall’Europa al paese sudamericano attraverso i sottomarini U-boot nonché altri mezzi.
Tra questi è doveroso citare il Junkers Ju 52 – aereo da trasporto prodotto dall’omonima azienda aeronautica tedesca – che, stando a certe fonti, l’aviatrice Hanna Reitsch avrebbe visto all’aeroporto di Tiergarten la mattina del 29 aprile; accanto all’aereo ci sarebbe stato un pilota in palese attesa di qualcuno sebbene, si dirà, l’aereo fu rispedito a Rechlin senza passeggeri.
Ad ogni modo, da questo punto in poi proseguiremo il racconto facendo finta di esser certi che Hitler non si sia suicidato e abbia scelto di fuggire in Argentina. Ebbene… …il Junkers Ju 52 atterra in Danimarca, a Tønder, e da lì Adolf ed Eva – in compagnia di Hermann Fegelein e Gretl Braun e, secondo certi, persino del fedele pastore tedesco Blondi – prendono una serie trasognata di voli che li conducono in territorio spagnolo. Ivi, ad attenderli, c’è un sommergibile che, per l’appunto, dopo l’attraversamento dell’Atlantico attracca presso la baia di Caleta de Los Loros.
Le testimonianze successive si basano perlopiù su interviste ed elucubrazioni di individui più o meno affidabili che riferiscono di aver avuto a che fare con un uomo tedesco e una donna dai capelli rossi e, unendo i tasselli, si sarebbe giunti alla conclusione che si tratti di Adolf Hitler e Eva Braun. I due, che non si sarebbero sposati nel Führerbunker, abitano dapprima a Bariloche, nella provincia di Rio Negro, per spostarsi successivamente nei pressi della regione lacustre di Nahuel Huapi, nella Patagonia settentrionale e in prossimità del confine cileno.
L’itinerario, o perlomeno una parte, viene proposto per la prima volta dal tabloid americano fondato nel 1845 National Police Gazette in una sequela di articoli usciti tra gli anni ’50 e ’70 in cui si fa cenno anche ai motivi architettonici di certi ranch della zona nonché alla toponomastica di alcuni insediamenti che rimanderebbero all’estetica bavarese e/o austriaca.
Verso la metà degli anni ’50 Eva Braun si trasferisce con la figlia Ursula, detta Uschi, a Neuquén e da lì si perdono le sue tracce, mentre il führer muore nel ’62 e viene seppellito da qualche parte nella zona. Negli ambienti sostenitori di questa teoria marginale si fa, inoltre, spesso riferimento al fatto che, a seguito dei numerosi attentati falliti alla sua vita – tra cui citiamo la famosa Operazione Valchiria orchestrata, tra gli altri, dal colonnello Claus Schenk von Stauffenberg – Hitler avesse assoldato una serie di sosia, alcuni dei quali avrebbero già preso il posto del dittatore in alcune apparizioni pubbliche e il nome di uno tra questi, Gustav Weler, ricorre non poco in svariate ricostruzioni dell’operazione di fuorviamento operata per rendere credibile la storia del suicidio.
Arrivati a questo punto, c’è da riflettere sul fatto che – nel corso della nostra indagine – ci siamo imbattuti in versioni diverse, contraddittorie, dissimili, finanche in dissertazioni facenti riferimento alle medesime fonti.
Ci sarebbe, inoltre, tanto altro da dire ed è molto difficile sintetizzare in un articolo la miriade di diramazioni in cui si dipana la teoria, nonché di citare tutti gli argomenti pro e contro la medesima. Speriamo, in ogni caso, che la lettura di questo brano possa essere uno stimolo, un punto di partenza, un invito per il lettore ad appassionarsi a un argomento ricco di sfaccettature e suggestioni; poiché solo approfondendo davvero è possibile farsi un’idea che non sia basata sul sentito dire e su quanto espresso dalla narrazione dominante, bensì sullo studio dei documenti, sulla logica deduttiva, sul metodo di ricerca storica, sull’apertura mentale. Prima di salutarci, però, è bene soffermarci sulla prova regina della tesi mainstream, ossia sulle analisi dei resti.
Come abbiamo detto, Adolf Hitler e Eva Braun, a seguito del suicidio, sarebbero stati cremati e i loro resti carbonizzati sarebbero stati ritrovati dall’Armata Rossa a seguito della presa del Führerbunker. Tra i vari residui irriconoscibili sarebbero stati recuperati anche un frammento del cranio e parte della mandibola del dittatore.
E questi sarebbero ancora oggi custoditi dalle autorità russe. Per quanto riguarda il cranio, nel decennio scorso lo specialista Nick Bellantoni ne avrebbe analizzato i frammenti affermando, nel corso di un documentario di History Channel, che sarebbero appartenuti a un individuo di sesso femminile di meno di quarant’anni.
Discorso chiuso quindi, la prova regina è stata confutata! …e invece no perché nel 2017, un team francese guidato dal patologo forense e medico legale Philippe Charlier è stato autorizzato dalle autorità russe ad analizzare le vestigia della mandibola concludendo l’appartenenza della stessa al führer. Charlier ha effettuato un raffronto tra la mandibola e i dati disponibili riguardo la complessa odontoiatria di Hitler lasciando emergere risultati in accordo con la dieta vegetariana e con l’ingerimento di una capsula di cianuro.
C’è da dire che la mancata rilevazione di residui di polvere da sparo entra in contraddizione con la testimonianza oculare – a cui abbiamo fatto cenno in apertura – di Artur Axmann e va, al contrario, in direzione delle ipotesi presentate dall’interprete e giornalista sovietico Lev Bezymenski nel suo libro Der Tod des Adolf Hitler: Unbekannte Dokumente aus Moskauer Archiven in cui, facendo riferimento ad autopsie che sarebbero state eseguite dagli specialisti dell’Armata Rossa, determina come causa del decesso l’ingerimento del veleno. Dai documenti dell’epoca, tra l’altro, risulta che il quotidiano ufficiale del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Pravda, il 2 maggio 1945 dichiara che la morte di Hitler non sia che un escamotage.
A dirla tutta, come possiamo dedurre, è davvero difficile non lasciarsi sopraffare dai dubbi, soprattutto in considerazione della contraddittorietà tra le testimonianze e le analisi forensi, nonché tra le stesse testimonianze e tra i resoconti e i documenti presentati dei sostenitori dell’una o dell’altra teoria.
In questo articolo però quello che vogliamo fare non è dare una risposta ma, partendo da una domanda iniziale, indagare con gli strumenti che abbiamo a nostra disposizione sino a estrapolare un nuovo inquietante quesito nonché una serie di riflessioni ad esso collegato: possiamo davvero essere certi che sia andata nella maniera che ci hanno raccontato?
Avevamo annunciato che, dopo questa digressione di natura speculativa e a seguito della presentazione dei resoconti riguardo la prova regina, ci saremmo salutati ma, a dire il vero e arrivati a questo punto, perché non aprire una breve parentesi su una seconda teoria? Ossia quella che vede il führer rifugiatosi in una base in Antartide.
Ebbene, lo premettiamo, questa congettura ci pare ben più azzardata rispetto alla precedente ma risulta se vogliamo dotata di un potere di fascinazione e di un esotismo non indifferente. Quindi… …perché no, parliamone (anche se brevemente)!
Nelle settimane successive alla fine della guerra nel teatro europeo, stando agli archivi navali tedeschi, il sottomarino U-530 sarebbe stato coinvolto nell’affondamento di un incrociatore brasiliano prima della resa come ultimo atto della campagna dell’Atlantico. Lo stesso sottomarino – e/o l’U-977 – è spesso citato a margine di una serie di racconti che lo vedono trasportare l’oro nazista e il führer in fuga ora in Argentina ora in Antartide, a seconda della versione presa in esame.
Le fonti citanti la pista antartica sono, in realtà, sparute e confusionarie eppure esercitano un certo ascendente in quanto si distaccano dalla semplicità della spy story argentina per sprofondare nella miscellanea folclorica che fa da retroscena all’ideologia nazista: parliamo della società Thule, dei vaticini di Elsbeth Ebertin, dell’ossessione verso il Santo Graal, sino ad arrivare alla Nuova Svevia – zona del continente antartico effettivamente esplorata e rivendicata dal Reich – e alle teorie sull’esistenza degli UFO Nazisti e della Base 211 – luogo d’approdo dell’U-530 di cui sopra e installazione ove si sarebbe orchestrata l’ascesa del Quarto Reich.
È lapalissiano come gli elementi caratterizzanti di questa teoria siano maggiormente difficili da dimostrare rispetto a quelli dell’ipotetica fuga in Sud America, eppure è interessante notare come alla base di certe idee astruse e inverosimili ci sia comunque un fondo di verità: i nazisti hanno infatti davvero compiuto studi su velivoli a reazione tutt’ala – parliamo dell’Horten Ho IX – simili a un disco volante e hanno fatto qualcosa dapprima impensabile – il missile V2 è stato il primo oggetto artificiale a superare la linea di Kármán e quindi a raggiungere lo spazio – ma siamo, ovviamente, ben lontani dalle speculazioni a cui abbiamo fatto riferimento sopra.
Tornando alle teorie riguardanti una presunta fuga di Adolf Hitler in terre ghiacciate, una rivelazione interessante è presentata in un opuscolo (semi)introvabile dal titolo incontrovertibile: Hitler vive. L’opuscolo, dato alle stampe a Bolzano nel 1949, è firmato da un autore anonimo sotto lo pseudonimo di Egros. Egros, sostenente di essere un reporter di guerra, rivela, nelle poche e ingiallite pagine, di aver avuto modo di parlare con un suo amico, tale Peter – anche qui si presume sia un nome di fantasia – intimo collaboratore del leader nazista e che questi gli abbia rivelato di essere stato parte attiva di un’operazione volta a portare in salvo il führer e consorte, nonché Goebbels e famiglia, sino a una base segreta ubicata, stavolta, nell’Artico.
Come abbiamo avuto modo di scoprire, e come ribadito più e più volte nel corso della trattazione, quella del finto suicidio non è una teoria univoca ma piuttosto un presupposto comune a una serie di teorie, ognuna contraddistinta da determinate singolarità, indizi e specifiche (presunte) prove.
A naso, ma qui si tratta di una considerazione meramente soggettiva, gli indizi più plausibili – o per meglio dire meno assurdi – sono quelli che conducono alla pista argentina ma, come già detto sopra, l’indagine che abbiamo svolto ci ha condotti non verso una risposta bensì verso altre domande. E forse questo è il fascino, nonché l’aspetto più inquietante, della Storia stessa.
Dal punto di vista sociologico, la teoria di Hitler in Argentina – o in Antartide o ovunque – riflette la fascinazione collettiva per le teorie alternative e per le verità nascoste. Perché, per certi versi, è consolatorio pensare che ci sia qualcosa di là da ciò che già conosciamo; così come è da arroganti credere di avere ben chiaro il quadro completo della storia dell’uomo poiché in realtà sappiamo molto meno di quanto ci piaccia pensare. Spesso alimentata da romanzi, film e documentari, la controversa ipotesi di cui abbiamo parlato oggi rappresenta sì un mito moderno non comprovato.
Ma ricordiamoci che, sino al 1874, anche l’esistenza della città di Troia era ritenuto un mito. Con questo non vogliamo dire che la nostra opinione propenda verso questa ipotesi, anzi. Ci preme però sottolineare l’importanza di indagare su ogni congettura senza pregiudizi o dogmatismi e a mantenere la mente sempre aperta.
La storia ci ha insegnato che la linea di demarcazione tra il mito e la verità non è affatto vasta quanto l’oceano che separa l’Europa dall’Argentina. Anzi, spesso, è davvero molto sottile. Molto più sottile di quanto abbiamo mai immaginato.
di Marco Marra
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