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Le Tavolette di Nìnive: la Memoria di una Civiltà Perduta

  • Immagine del redattore: Ustory
    Ustory
  • 1 dic 2025
  • Tempo di lettura: 16 min

Le Tavolette di Nìnive e la Memoria di un Mondo Perduto

Tremila anni fa, a Nìnive, qualcuno incise sull’argilla storie che, forse, non avremmo mai dovuto leggere. Racconti di catastrofi universali, di cieli squarciati dal fuoco, di numeri troppo precisi per appartenere a quell’epoca.Quelle tavolette, sopravvissute al tempo e all’incendio che distrusse la città, sono oggi custodite al British Museum. Piccoli frammenti d’argilla, apparentemente fragili, che però contengono enigmi più solidi della pietra.

Dentro quelle incisioni troviamo un diluvio che precede la Bibbia, calcoli astronomici che anticipano la matematica moderna e, secondo alcuni studiosi, persino la descrizione di un asteroide precipitato sulle Alpi.Cosa hanno davvero inciso gli scribi di Nìnive? Chi ha trasmesso loro una conoscenza tanto avanzata? E soprattutto: quelle tavole sono la memoria diretta di eventi reali o la copia di un sapere ancora più antico?

Nel VII secolo avanti Cristo, nell’attuale Iraq, Nìnive era una delle città più potenti del mondo antico. Le fonti parlano di mura immense, lunghe oltre dodici chilometri, intervallate da quindici porte fortificate. Al centro della città si ergeva il palazzo reale di Assurbanipal, ultimo grande sovrano dell’impero assiro.

Assurbanipal non fu soltanto un re guerriero. Fu un sovrano colto, capace di leggere e scrivere – cosa rarissima per un monarca dell’epoca – e ossessionato dall’idea di raccogliere tutto il sapere del mondo conosciuto. Inviò scribi, emissari e funzionari in ogni angolo del Vicino Oriente con un ordine preciso: copiare ogni testo, ogni formula, ogni racconto, e spedirlo a Nìnive.

Così nacque quella che oggi chiamiamo Biblioteca di Assurbanipal, il più grande archivio dell’antichità: oltre trentamila tavolette in scrittura cuneiforme, un’immensa enciclopedia della civiltà mesopotamica.

Ma il destino della città cambiò brutalmente nel 612 a.C. Una coalizione di Medi e Babilonesi mise sotto assedio Nìnive. Le mura cedettero, il palazzo venne saccheggiato, la città fu data alle fiamme. L’impero assiro scomparve dalla storia.

Eppure, proprio quel fuoco che distrusse la capitale salvò la biblioteca. Le tavolette d’argilla, che in origine erano semplicemente essiccate al sole, vennero cotte dall’incendio e trasformate in ceramica dura. I distruttori di Nìnive, senza saperlo, avevano reso immortale il suo sapere.

Per secoli, le rovine rimasero invisibili sotto la sabbia. Fino a quando, nel XIX secolo, un giovane diplomatico britannico decise di scavare tra quelle colline artificiali che nessuno osava più toccare. Il suo nome era Austen Henry Layard. Accanto a lui lavorava Hormuzd Rassam, profondo conoscitore delle lingue e delle tradizioni locali.

Nel 1845 iniziarono gli scavi a Kuyunjik, nei pressi dell’odierna Mosul. All’inizio emersero statue colossali, tori alati, rilievi monumentali. Poi, sotto strati di macerie e polvere, comparvero oggetti minuscoli, fragili, ma destinati a cambiare per sempre la storia della conoscenza: frammenti di tavolette cuneiformi.

Layard comprese subito che non si trattava di semplici reperti. Quella non era soltanto archeologia: era la voce diretta di un mondo che fino ad allora conoscevamo quasi esclusivamente dalle pagine della Bibbia e dagli storici greci.

Quando le prime casse giunsero a Londra, l’entusiasmo lasciò spazio allo sconcerto. La scrittura cuneiforme era stata decifrata solo da pochi decenni. Interpretare quei segni richiedeva anni di studio, competenze linguistiche eccezionali e una pazienza immensa.

Tra i giovani studiosi che si dedicarono all’impresa ce n’era uno in particolare: George Smith. Non era un accademico di carriera. Proveniva da una famiglia modesta e lavorava come incisore di banconote. Ma aveva una passione divorante per la Mesopotamia. Passava ogni momento libero al British Museum, ricomponendo frammenti, decifrando segni, cercando di dare una voce a quelle pietre mute.

Nel 1872, mentre analizzava una tavoletta proveniente dalla Biblioteca di Assurbanipal, capì di trovarsi di fronte a qualcosa di sconvolgente.

Il testo narrava la storia di un uomo chiamato Utnapishtim. Gli dèi lo avevano avvertito: un diluvio universale stava per cancellare l’umanità. Doveva costruire una grande imbarcazione, portare con sé la famiglia e gli animali, e attendere la fine della tempesta. Dopo giorni di pioggia infinita, la nave si posava su un monte. Utnapishtim liberava prima una colomba, poi un corvo, per verificare se la terra fosse riemersa.

George Smith rimase sconvolto. Quelle righe erano quasi identiche al racconto di Noè nella Genesi. Con una differenza fondamentale: quella tavoletta era di secoli più antica del testo biblico.

Quando la notizia fu resa pubblica, l’Inghilterra vittoriana ne fu scossa. La Bibbia non era più il più antico documento sul Diluvio. Esisteva una versione precedente, incisa nell’argilla della Mesopotamia.

Quel racconto faceva parte della Epopea di Gilgamesh, il grande poema epico che narra le imprese del re di Uruk. Nell’undicesima tavoletta, Gilgamesh, in cerca dell’immortalità, incontra proprio Utnapishtim, il sopravvissuto al Diluvio.

Il parallelo con la Bibbia era impressionante: la costruzione dell’arca, il salvataggio degli animali, il monte dell’approdo, gli uccelli liberati per cercare la terra. Era difficile credere che fosse una semplice coincidenza.

Da quel momento si aprì un dibattito che non si chiuse più. La Bibbia aveva copiato dalla tradizione mesopotamica?Oppure entrambe le tradizioni erano il riflesso di un evento ancora più antico, un ricordo comune di una catastrofe reale?

Ma se quella tavoletta aveva già scosso le fondamenta della storia sacra e della storiografia ottocentesca, tra i depositi del museo c’era un altro oggetto, molto più enigmatico, destinato a sollevare domande ancora più inquietanti. Un piccolo disco d’argilla con incisioni stellari. Per decenni venne catalogato come un semplice planisfero.

Nessuno immaginava che, oltre un secolo dopo, quella tavoletta avrebbe rimesso in discussione non solo la storia antica, ma persino il rapporto tra civiltà umana e catastrofi cosmiche.


La mappa del cielo e l’ombra dell’asteroide

Tra le migliaia di frammenti recuperati dagli scavi di Nìnive e oggi conservati al British Museum, ce n’era uno che, per decenni, non aveva attirato particolarmente l’attenzione degli studiosi. Un piccolo disco d’argilla inciso con segni cuneiformi e simboli stellari. Nulla che lo rendesse, in apparenza, diverso da tanti altri reperti astronomici mesopotamici: un semplice planisfero, una delle tante mappe del cielo che gli scribi dell’antichità utilizzavano per osservare e prevedere i moti degli astri.

Così almeno si pensava.

Perché nel 2008, due ingegneri britannici, Alan Bond e Mark Hempsell, decisero di analizzare quella tavoletta con un approccio del tutto diverso da quello filologico tradizionale. Non la trattarono come un testo mitologico o simbolico, ma come un vero e proprio documento tecnico di osservazione astronomica.

Il loro metodo fu rigoroso. Trascrissero con precisione ogni segno che indicava le posizioni stellari, poi utilizzarono moderni software di simulazione celeste per ricostruire l’aspetto del cielo sopra la Mesopotamia in epoche diverse. L’obiettivo era semplice: verificare se le stelle incise sulla tavoletta corrispondessero davvero al cielo del VII secolo a.C., l’epoca di Assurbanipal.

Il risultato li lasciò senza parole.

Quelle configurazioni stellari non corrispondevano affatto al cielo del 650 a.C., come sostenuto fino ad allora. La miglior corrispondenza possibile fu trovata con il cielo del 29 giugno del 3123 a.C.. Quasi duemilacinquecento anni prima rispetto alla datazione ufficiale della tavoletta.

A quel punto, le domande diventavano inevitabili.Perché rappresentare un cielo così lontano nel tempo? E soprattutto, come era stato possibile calcolare con tale precisione una data così remota?

Secondo Bond e Hempsell, non si trattava di una semplice rappresentazione rituale o simbolica. Quel cielo era la memoria di un evento reale, osservato e inciso perché considerato eccezionale. E la vera chiave di lettura non erano le stelle… ma un segno anomalo tracciato accanto a esse: una linea obliqua, diversa da tutte le altre, che non corrispondeva a nessuna costellazione né a nessun pianeta conosciuto.

Quella linea, per i due studiosi, rappresentava la traiettoria di un corpo celeste in rapido movimento. Un oggetto di grandi dimensioni che aveva attraversato il cielo mesopotamico lasciando dietro di sé una scia luminosa indelebile nella memoria degli osservatori. In altre parole: un asteroide.

Bond e Hempsell decisero allora di calcolarne la traiettoria partendo dalla disposizione delle stelle incise. La direzione non puntava verso la Mesopotamia. Quell’oggetto aveva proseguito il suo viaggio verso nord-ovest. E proiettando quella traiettoria sulla mappa geografica della Terra, la conclusione divenne sorprendente: l’asteroide si era diretto verso l’Europa.

Seguendo quella linea immaginaria, i due ricercatori arrivarono a una regione precisa: le Alpi austriache, nel cuore del Tirolo. Ed è proprio lì che, da secoli, la geologia osserva una delle più grandi anomalie morfologiche del continente europeo.

A Köfels, nella valle dell’Ötztal, si trova infatti una delle più grandi frane conosciute in Europa. Un’enorme massa rocciosa estesa per circa cinque chilometri quadrati, precipitata a valle in un unico evento catastrofico. Non uno smottamento lento nel tempo. Non una serie di crolli successivi. Ma un collasso improvviso, violento, istantaneo.

Secondo la datazione geologica tradizionale, la frana di Köfels sarebbe avvenuta circa 9.800 anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione, in pieno Olocene antico. I geologi la interpretano come il risultato di una gigantesca instabilità gravitativa, favorita dallo scioglimento dei ghiacci e dall’indebolimento delle pareti montuose.

Eppure, attorno a Köfels, restano anomalie difficili da ignorare. Le rocce presentano fratture profondissime e superfici che sembrano essere state sottoposte a temperature elevatissime, con segni di parziale fusione. Alcuni strati mostrano tracciati di scorrimento ad altissima pressione, incompatibili con il semplice scivolamento gravitativo di una frana.

È come se una forza immane avesse colpito la montagna in un istante solo, liberando un’energia che va oltre i normali processi geologici.

Ed è proprio qui che si inserisce l’ipotesi di Bond e Hempsell. Secondo i due ingegneri, l’asteroide descritto sulla tavoletta non avrebbe colpito la Terra con un impatto diretto, come accade nei classici crateri meteorici, ma con un ingresso radente nell’atmosfera. Un evento in grado di liberare un’energia paragonabile a centinaia di ordigni nucleari, senza lasciare un cratere circolare.

In uno scenario simile, il corpo celeste esplode in aria, generando un’onda d’urto devastante che si abbatte sul terreno, comprimendo, frantumando e destabilizzando interi versanti montuosi. Non resta un cratere netto, ma una cicatrice irregolare nel paesaggio. Per Bond e Hempsell, Köfels sarebbe esattamente questo: la traccia di una gigantesca esplosione aerea di origine cosmica.

Ma qui emerge la grande frattura tra le discipline.

La geologia colloca la frana quasi diecimila anni fa. La tavoletta, secondo l’interpretazione stellare di Bond e Hempsell, indicherebbe un evento nel 3123 a.C..

Le due cronologie non coincidono. O la datazione geologica è errata. O la tavoletta non descrive Köfels. O, forse, nessuna delle due letture coglie pienamente il quadro d’insieme.

Ed è proprio da questa frattura che nasce una seconda interpretazione della tavoletta, proposta nel 2014 da Joachim Seifert e Frank Lemke.

Secondo Seifert e Lemke, ciò che vediamo inciso sull’argilla non è una semplice mappa stellare statica, ma una sequenza di immagini, quasi uno “storyboard” che descrive lo sviluppo progressivo di un fenomeno astronomico reale. Analizzando i segni come fasi successive di un evento e confrontandoli con il cielo ricostruito tramite software astronomici, i due ricercatori individuano una data diversa: il 22 giugno del 2193 a.C.

In quel giorno, sostengono, un frammento della corrente cometaria delle Tauridi sarebbe entrato nell’atmosfera terrestre, disintegrandosi sopra il Medio Oriente e producendo effetti potenzialmente visibili su scala climatica e ambientale.

A questo punto, abbiamo due date incompatibili:

  • 3123 a.C. secondo Bond e Hempsell.

  • 2193 a.C. secondo Seifert e Lemke.

Ma forse, come suggerisce la stessa natura del problema, la vera domanda non è quando avvenne l’evento. La vera domanda è: che cosa avvenne davvero?

Perché l’indizio offerto dalla corrente delle Tauridi è tutt’altro che secondario. La Terra attraversa ancora oggi questo flusso cometario due volte l’anno, in estate e in autunno. Ai nostri occhi appare come una spettacolare pioggia di meteore, ma nascosti in quel flusso esistono frammenti molto più grandi, capaci non solo di illuminare il cielo, ma di produrre distruzioni continentali.

Ed è proprio da frammenti di questo tipo che, secondo diversi filoni di ricerca, potrebbero essere state generate alcune delle più grandi catastrofi della preistoria.

Ma allora perché gli studiosi moderni non riescono a mettersi d’accordo?Perché abbiamo date diverse, letture divergenti, cronologie inconciliabili?

Forse perché ciò che leggiamo sulle tavolette non è la cronaca diretta di un popolo che osserva il cielo in tempo reale, ma la copia di un sapere più antico, tramandato, rielaborato, deformato nei secoli. Un sapere che, con il passare del tempo, ha perso il suo linguaggio scientifico ed è sopravvissuto soprattutto sotto forma di mito, presagio e simbologia religiosa.

Ed è proprio da qui che inizia a emergere un quadro molto più vasto.

I manuali degli dèi e la scienza che non doveva esistere

Se la tavoletta stellare ha aperto una frattura nella nostra idea di osservazione astronomica antica, è solo entrando nel cuore dell’archivio di Nìnive che il quadro diventa realmente destabilizzante. Perché la Biblioteca di Assurbanipal non conteneva soltanto miti, inni religiosi e cronache politiche. Tra quelle migliaia di frammenti d’argilla vi erano veri e propri manuali tecnici, testi che descrivono con estrema precisione il movimento degli astri, il calcolo del tempo, le regole per prevedere eclissi e fenomeni celesti.

Tra i più importanti vi è la serie chiamata MUL.APIN. A una prima lettura, queste tavolette appaiono come semplici elenchi: costellazioni, levate eliache, durata dei giorni e delle notti, indicazioni per determinare solstizi ed equinozi. Ma in realtà si tratta di autentici trattati di astronomia.

Ciò che rende le MUL.APIN davvero sconvolgenti è un dettaglio che la maggior parte del pubblico ignora: quelle tavolette furono ritrovate a Nìnive, ma non furono scritte per la prima volta in epoca assira. Gli studiosi concordano sul fatto che esse siano copie di testi molto più antichi, risalenti all’ambiente babilonese e, in parte, addirittura sumerico. Copie di copie, trascritte per secoli da scribi che custodivano un sapere ereditato.

Questo significa che già nel II millennio avanti Cristo esisteva una tradizione astronomica strutturata, basata su osservazioni regolari e calcoli sistematici del cielo. Non stiamo parlando di magia o di mito, ma di un’autentica scienza del cielo nata migliaia di anni prima di Tolomeo.

E le MUL.APIN non sono un caso isolato.

Accanto a esse, presso la biblioteca, fu ritrovata un’enorme raccolta chiamata Enuma Anu Enlil. Si tratta di decine di tavolette che registrano eclissi, congiunzioni planetarie, apparizioni insolite nel cielo. A ogni evento astronomico veniva associato un presagio: la caduta di un re, una carestia, una guerra.

Ma dietro questa veste divinatoria si nasconde un dato fondamentale: per poter associare un presagio a un fenomeno, prima occorre osservarlo con continuità per secoli. Le eclissi seguono cicli lunghi e complessi. Senza un archivio di osservazioni protratto nel tempo, non sarebbe stato possibile riconoscere schemi, ricorrenze, periodicità.

Questo ci dice qualcosa di decisivo: i compilatori delle Enuma Anu Enlil non stavano muovendo i primi passi nella scienza. Stavano lavorando su un patrimonio di dati enormemente più antico di loro.

Ma il caso forse più sorprendente riguarda un pianeta: Giove.

Nel 2016, uno studio condotto dall’Università Humboldt di Berlino ha dimostrato che alcuni scribi mesopotamici utilizzavano un metodo matematico estremamente sofisticato per calcolare lo spostamento del pianeta nel tempo. Non un semplice conteggio empirico, ma quello che oggi chiamiamo metodo trapezoidale: una tecnica di integrazione geometrica che consente di calcolare aree, velocità e spostamenti nel tempo.

Questo metodo, secondo la ricostruzione storica della matematica, in Europa compare soltanto nel XIV secolo d.C., tra i matematici di Oxford e Parigi. Eppure era già inciso su argilla in Mesopotamia più di duemila anni prima.

La domanda diventa inevitabile:come potevano scribi dell’età del bronzo utilizzare concetti matematici che, secondo la nostra tradizione storica, non sarebbero dovuti nascere per altri due millenni?

A questo punto, le tavolette di Nìnive iniziano a mostrare un volto inquietante. Non sembrano il frutto di una civiltà che sta imparando lentamente a conoscere il mondo. Sembrano piuttosto i resti frammentari di un sapere già formato, trasmesso per tradizione, copiato, conservato, ma non sempre pienamente compreso da chi lo riceveva.

È come se gli Assiri fossero divenuti i custodi di una scienza antica, di cui possedevano ancora i manuali, ma non più l’intero impianto teorico che li aveva generati.

Ed è qui che torna in scena un altro testo fondamentale: la Lista dei Re Sumeri.

Questa lista distingue con chiarezza due epoche dell’umanità: un prima del Diluvio e un dopo il Diluvio. Prima, i re regnavano per migliaia di anni. Figure semidivine, quasi immortali. Dopo, i regni tornano a durate compatibili con una vita umana normale.

Non è una semplice lista dinastica. È la rappresentazione di una frattura storica e cosmica. Come se i compilatori volessero dirci che qualcosa aveva spezzato il mondo antico, interrompendo una continuità di conoscenze e di potere che oggi non siamo più in grado di ricostruire.

Se colleghiamo questo alla tavoletta dell’asteroide, al Diluvio dell’Epopea di Gilgamesh, ai manuali astronomici ereditati, il quadro cambia profondamente. Non siamo più davanti all’alba della civiltà. Siamo forse davanti al relitto di una civiltà precedente, cancellata da una catastrofe e sopravvissuta soltanto sotto forma di frammenti, miti, riti e registrazioni tecniche.

Ed è proprio qui che entra in gioco l’ultimo grande indizio, quello geologico e climatico che sembra saldare insieme tutte queste tracce disperse.

Circa 12.800 anni fa, la Terra entrò improvvisamente in una fase di raffreddamento estremo, nota come Younger Dryas. I ghiacciai tornarono ad avanzare, gli ecosistemi collassarono, molte specie scomparvero. Fu uno degli eventi climatici più violenti della fine dell’ultima glaciazione.

Secondo una parte della comunità scientifica, questo evento potrebbe essere stato innescato dalla frammentazione in atmosfera di uno o più corpi cometari. E qui il cerchio si chiude in modo inquietante: diversi studi collegano quei frammenti proprio alla stessa corrente cometaria delle Tauridi che Seifert e Lemke associano alla tavoletta di Nìnive.

Se questa ipotesi fosse corretta, la Terra avrebbe subito più impatti o esplosioni cosmiche in epoche diverse, tutte legate allo stesso sciame cometario. Eventi capaci di alterare il clima, devastare territori, cancellare civiltà.

E allora le grandi narrazioni del Diluvio, presenti non solo in Mesopotamia ma in decine di culture in tutto il mondo, smettono di essere solo miti religiosi. Diventano la memoria distorta di un trauma globale reale.

Non sorprende, a questo punto, che proprio nei periodi dell’anno in cui la Terra attraversa ancora oggi la corrente delle Tauridi l’umanità celebri da millenni i culti dei morti: dal Día de los Muertos in Mesoamerica al Samhain dei Celti, fino alla commemorazione cristiana dei defunti. Forse non semplici feste simboliche, ma echi rituali di un tempo in cui il cielo si incendiò davvero.

Mettendo insieme tutti questi indizi – la Lista dei Re, i manuali astronomici, la tavoletta dell’asteroide, il Younger Dryas – emerge uno scenario che ribalta completamente la visione tradizionale della storia.

Forse ciò che chiamiamo “nascita della civiltà” non è altro che la ricostruzione dopo una distruzione.Forse i Sumeri, i Babilonesi, gli Assiri non furono gli inventori di tutto ciò che sapevano, ma i custodi degli ultimi frammenti di un mondo precedente.

Un mondo spazzato via non da guerre umane, ma da catastrofi cosmiche.

Non l’alba, ma la fine di un mondo

Se osservate nel loro insieme le tavolette di Nìnive, qualcosa diventa sempre più difficile da ignorare. Non ci troviamo davanti all’origine della conoscenza, ma davanti al suo relitto. Un insieme di frammenti che sembrano provenire da un sapere già maturo, già strutturato, ma ormai spezzato, incompleto, privo delle sue fondamenta teoriche originarie.

La Biblioteca di Assurbanipal non appare più come la culla della scienza antica, ma come un archivio di salvataggio. Una raccolta disperata di ciò che era sopravvissuto a eventi troppo grandi per essere ricordati in modo diretto. Miti, cronache, manuali astronomici, presagi: tutto ciò che poteva essere copiato venne ricopiato, come se qualcuno avesse avuto la consapevolezza che un sapere stesse andando perduto per sempre.

La frattura che attraversa la Lista dei Re Sumeri non è soltanto politica o dinastica. È una frattura cosmica. Un prima in cui regnavano figure quasi immortali, un dopo in cui la durata della vita torna a essere quella umana. È come se un’epoca intera fosse stata spazzata via e rimpiazzata da un mondo più fragile, più instabile, più esposto.

Lo stesso schema si ripete nel racconto del Diluvio, che incontriamo non solo a Nìnive, ma in decine di civiltà distribuite su tutti i continenti. Culture che non avrebbero dovuto conoscersi raccontano tutte una distruzione globale per acqua, per fuoco, per cieli che crollano sulla Terra. Non sembra il ricordo poetico di un’alluvione locale. Sembra la memoria archetipica di un disastro planetario.

Quando poi a questa memoria mitica si affianca la tavoletta stellare analizzata da Alan Bond e Mark Hempsell, l’ipotesi si fa ancora più inquietante. Perché non staremmo più parlando di una semplice leggenda tramandata oralmente, ma della registrazione tecnica di un evento astronomico reale: il passaggio distruttivo di un corpo celeste nelle vicinanze della Terra.

Le successive riletture di Joachim Seifert e Frank Lemke non fanno che rafforzare questo quadro: la possibile connessione tra quelle incisioni e la corrente cometaria delle Tauridi suggerisce che la Terra sia stata colpita più volte, nella sua preistoria, da eventi cosmici capaci di alterarne il clima, la geografia e forse perfino il corso della civiltà.

Ed è qui che entra in gioco il Younger Dryas. Un raffreddamento improvviso, violentissimo, avvenuto circa 12.800 anni fa, che ha spezzato la stabilità climatica della fine dell’ultima glaciazione. Un evento ancora oggi oggetto di dibattito, ma che un numero crescente di studi collega a un possibile bombardamento cometario.

Se questa ipotesi fosse anche solo parzialmente corretta, allora lo scenario cambierebbe radicalmente: non staremmo più parlando di un unico cataclisma isolato, ma di una serie di incontri ravvicinati tra la Terra e frammenti cosmici, capaci, nel corso di millenni, di distruggere più volte le condizioni di stabilità necessarie allo sviluppo di una civiltà avanzata.

In questo quadro, le tavolette di Nìnive assumono una funzione completamente nuova. Non più semplici documenti dell’alba della storia, ma testimonianze di un mondo già tramontato. Un mondo che aveva sviluppato una conoscenza del cielo avanzata, forse persino una scienza del rischio cosmico, e che però non è riuscito a salvarsi.

Forse gli Assiri, i Babilonesi e prima ancora i Sumeri non furono i grandi inventori che immaginiamo. Forse furono soprattutto gli ultimi eredi di qualcosa di molto più antico. Uomini che raccoglievano rovine, non fondamenta. Copie sbiadite di calcoli che non erano più in grado di padroneggiare fino in fondo. Dati che sopravvivevano, mentre la teoria che li aveva generati si perdeva nel mito.

Ed è qui che la prospettiva si capovolge in modo definitivo.

Ciò che noi chiamiamo “nascita della civiltà” potrebbe non essere l’inizio di qualcosa, ma la ricostruzione dopo una fine. Il tentativo di ripartire sulle macerie di un collasso globale. Le prime città, i primi imperi, le prime scritture non come espressione di un progresso spontaneo, ma come la lenta risalita da una catastrofe dimenticata.

Le tavolette d’argilla di Nìnive, allora, non raccontano soltanto il passato dell’umanità. Raccontano anche la sua vulnerabilità cosmica. Ci ricordano che la nostra storia non si svolge in un universo statico e sicuro, ma all’interno di un sistema dinamico, attraversato da comete, asteroidi, scie di detriti che periodicamente incrociano l’orbita terrestre.

E la domanda finale diventa inevitabile.

Se una civiltà prima di noi è davvero esistita, se ha osservato il cielo, se ha previsto catastrofi, se ha lasciato tracce cifrate del proprio sapere… allora che cosa è successo davvero a quel mondo? E soprattutto: siamo certi che ciò che lo ha distrutto non possa accadere di nuovo?

Le Tauridi attraversano ancora oggi il nostro cielo. Le piogge di meteore ci affascinano, ma tra quelle scie luminose possono nascondersi frammenti ben più grandi. Oggetti che, se intercettati dalla Terra, non lascerebbero il tempo di raccontare la storia una seconda volta.

Forse le tavolette di Nìnive non sono solo un messaggio dal passato. Forse sono anche un avvertimento per il futuro. Un ricordo inciso nell’argilla che attraversa i millenni per dirci che la civiltà umana, per quanto tecnologica e sicura si creda, resta sempre esposta al cielo.

E forse è proprio questo il loro significato più profondo: mostrarci che la nostra non è la prima epoca a sentirsi al sicuro sotto le stelle. E che, come tutte quelle che l’hanno preceduta, potrebbe anche non essere l’ultima.

 

Fonti e Riferimenti Bibliografici

  • Austen Henry Layard, Nineveh and Its Remains – Il racconto degli scavi che riportarono alla luce la Biblioteca di Nìnive.

  • George Smith, The Chaldean Account of Genesis – La scoperta ottocentesca del Diluvio mesopotamico.

  • Andrew George, The Epic of Gilgamesh – Edizione critica moderna dell’Epopea di Gilgamesh.

  • Alan Bond & Mark Hempsell, A Sumerian Observation of the Köfels Impact Event – L’ipotesi dell’asteroide legata alla tavoletta stellare.

  • Hermann Hunger & David Pingree, MUL.APIN: An Astronomical Compendium in Cuneiform – Il principale riferimento sull’astronomia mesopotamica.

  • Thorkild Jacobsen, The Sumerian King List – Testo fondamentale sulla Lista dei Re Sumeri.

  • James Kennett, studi sullo Younger Dryas e l’ipotesi d’impatto cometario.

  • Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni – Per il confronto tra miti del Diluvio nelle diverse civiltà.

 

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